Numero 05 – Luglio 2017

Nell’ultimo Rapporto sull’impatto dell’inquinamento ambientale sulla salute l’OMS stima che 12.6 milioni di morti nel mondo (in pratica una morte su quattro) sono attribuibili a fattori di rischio ambientale come l’inquinamento di aria, acqua e suolo. I più esposti sono i bambini al di sotto dei cinque anni e gli adulti tra i 50 e i 75 anni. D’altra parte, la riduzione dei fattori di rischio ambientali e sociali contribuirebbe a prevenire quasi un quarto del carico globale di malattie. A partire da questo scenario, Eugenia Dogliotti, Direttore del Dipartimento Ambiente e Salute dell’ISS, ha illustrato di recente il contributo dei biomarcatori di esposizione per identificare diversi fattori di rischio (come ad esempio nel caso dell’acqua potabile contaminata, in alcuni comuni del Veneto, dai composti perfluoroalchilici (PFAS), identificati nel siero dei soggetti esposti), ma soprattutto il promettente ruolo delle nuove metodiche di genomica/epigenomica ambientale.

“Recenti sviluppi nella genetica umana e molecolare forniscono – dichiara la Dogliotti – una grande opportunità per capire come i geni e i cambiamenti genetici ed epigenetici interagiscono con gli stimoli ambientali per preservare la salute o causare malattie. Tuttavia l’applicazione a problemi di salute ambientale è ancora oggetto di attività di ricerca e quindi, pur rappresentando una potenziale strategia di grande efficacia, l’interpretazione dei risultati richiede estrema cautela”.

Tali studi mostrano come l’ambiente sia in grado di “plasmare” il nostro DNA (come nel caso delle mutazioni tipiche dei fotoprodotti indotti dalla componente UV della luce solare che si riscontrano nel genoma dei tumori della pelle) ma anche come l’ambiente riesca a modificare i meccanismi di regolazione del nostro DNA, il cosiddetto epigenoma, inducendo cambiamenti potenzialmente trasmissibili alle generazioni successive (come nel caso dell’esposizione cronica all’arsenico di alcune popolazioni asiatiche, attraverso l’acqua potabile, alla base degli elevati tassi di mortalità neonatale).