In Europa 4 milioni di trasfusioni l’anno

In Europa 4 milioni di trasfusioni l’anno

In Europa ci sono ogni anno 4 milioni di trasfusioni, circa 30mila trapianti d’organo e 500mila di tessuti e cellule, dalle staminali alle valvole cardiache, a cui si aggiungono 800mila donazioni di cellule per le tecnologie di fecondazione assistita. Tutti questi trattamenti dipendono da volontari, fra cui 13 milioni di donatori di sangue e plasma e 200mila di organi e tessuti. Lo sottolinea la Commissione Ue, che ha messo in campo una serie di iniziative per la selezione dei donatori e la protezione dei riceventi a cui partecipano i centri dedicati dell’Istituto.

Il primo passo nella raccolta è il reclutamento e la selezione dei donatori, di cui deve essere garantita la dignità e il benessere. “Chiaramente – si legge in documento della Commissione – quando si fa la selezione dei donatori sono i rischi del ricevente a giocare un ruolo preminente”.

Nonostante il tema sia oggetto di diverse direttive, oltre che di raccomandazioni e linee guida, l’implementazione dei singoli Stati membri ha portato a politiche diverse sull’eleggibilità dei donatori, con la conseguenza che i tassi di sospensione e respingimento dei donatori variano grandemente tra i diversi paesi. Per questo, fra i progetti dedicati al tema, c’è Transpose (TRANSfusion and transplantation: PrOtection and SElection of donors) di cui si è appena tenuto il kick off meeting, a cui partecipa anche il Centro Nazionale Sangue. Lo scopo è fare il punto sulle pratiche correnti dei singoli paesi, e conseguentemente mettere insieme una serie di principi e linee guida per uniformare le procedure.

Notte della Ricerca: l’ISS apre i laboratori ai cittadini

Notte della Ricerca: l’ISS apre i laboratori ai cittadini

Come si sviluppano le cellule tumorali? Come si può invecchiare in salute? Gli oggetti che usiamo tutti giorni possono nascondere pericoli? Come funziona il nostro cervello durante il sonno? Domande affascinanti le cui risposte saranno il filo conduttore degli eventi organizzati in occasione della Notte della Ricerca, il 29 settembre, durante la quale l’Istituto Superiore di Sanità resterà aperto a tutti. Dalle 18 alle 2, infatti, si alterneranno in programma conferenze, info point, visite guidate e mostre che illustreranno l’attività dei nostri ricercatori. Un’occasione per far conoscere l’attività che l’ISS svolge sul fronte della ricerca scientifica e della tutela della salute pubblica. Ma non solo. Porte aperte anche per il Museo ISS, augurato di recente, che offre una straordinaria esperienza multisensoriale che sorprenderà i visitatori di ogni età. Dal benvenuto offerto dagli avatar di importanti premi Nobel che hanno lavorato presso l’ISS a giochi interattivi, agli effetti cinematografici proposti per la presentazione della campagna antimalarica del secolo scorso. La visita renderà fruibili contenuti scientifici di grande interesse e attualità per aumentare la consapevolezza dell’importanza della ricerca scientifica e dei suoi risultati per la salute pubblica. Le visite, solo su prenotazione, avranno la durata di circa 1 ora e saranno effettuate per gruppi di 20 persone. La Notte Europea dei Ricercatori è un progetto promosso dalla Commissione Europea e coordinato da Frascati Scienza, capofila di una rete di ricercatori, università e istituti di ricerca italiani. Sono tantissimi gli argomenti che vivacizzano l’edizione di quest’anno. Dal tema caldo dei vaccini, all’importanza delle tecnologie innovative. Dalla sperimentazione clinica alla tutela dell’ambiente. Dalla tutela del consumatore dal punto di vista alimentare alla tutela dai contaminanti chimici.  Le mostre si possono visitare dalle ore 18 nelle aule Marotta e Bovet dell’ISS e nell’anti aula Pocchiari. Le visite guidate, a gruppi massimo di 20 persone, e le conferenze, invece, devono essere prenotate e inizieranno alle 19.

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Rete EpiSouth: 10 anni di strategie per la salute nel Mediterraneo e nel Sud Europa

Rete EpiSouth: 10 anni di strategie per la salute nel Mediterraneo e nel Sud Europa

Gestire le minacce transfrontaliere per la salute nel Mediterraneo e nel Sud Europa. Questo l’obiettivo della Rete  EpiSouth, coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità.

Nell’articolo appena pubblicato su Health Security, Contribution of Regional Networks to the Control of Cross-Border Public Health Threats: EpiSouth in the Mediterranean Region and Southeast Europe, viene descritta e commentata l’attività del Network che compie 10 anni.

L’articolo fornisce una panoramica sulle strategie e i risultati ottenuti da questa rete regionale e il suo impatto sulle politiche sanitarie pubbliche e su progetti attualmente in corso, dai training per gli esperti alla creazione di una rete per l’early warning.

In totale 27 paesi, 10 membri dell’Unione Europea (Bulgaria, Croazia, Cipro, Francia, Grecia, Italia, Malta, Romania, Slovenia e Spagna) e 17 non-membri dell’Unione Europea (Albania, Algeria, Bosnia Erzegovina, Egitto, Macedonia, Israele, Giordania, Kosovo, Libano, Libia, Montenegro, Marocco, Palestina, Serbia, Siria, Tunisia e Turchia) hanno preso parte all’iniziativa con 74 focal points, ufficialmente nominati dagli istituti di sanità pubblica o dai ministeri della sanità dei paesi coinvolti.

Quasi 750 professionisti hanno partecipato a riunioni tecniche di progetto e a moduli formativi in epidemiologia, tecniche diagnostiche di laboratorio, epidemic intelligence e sorveglianza basata su eventi. Indagini e studi ad hoc hanno contribuito a descrivere l’area del Mediterraneo ed i suoi bisogni di Sanità Pubblica. EpiSouth è stata riconosciuta come la più grande rete di collaborazioni fra paesi su tematiche di salute nel Mediterraneo e il suo valore aggiunto è stato premiato con il 2014 European Health Award as ‘‘the Mediterranean project to counteract cross-border threats to health’’.

Individuare, intervenire, comunicare: la gestione della crisi nel Progetto Darwin dell’ISS

Individuare, intervenire, comunicare: la gestione della crisi nel Progetto Darwin dell’ISS

Aumentare la resilienza durante le emergenze e produrre Linee Guida condivise. Sono gli obiettivi del Progetto H2020 Darwin Adapt to Survive – Expecting the unexpected and know how to respond, iniziato nel 2015, che coinvolge partner internazionali con l’Istituto Superiore di Sanità in prima fila. La partnership tra 8 organizzazioni di 6 diversi Paesi (Germania, Irlanda, Israele, Italia, Svezia, Norvegia) ha prodotto nella prima fase schede sintetiche sui più importanti principi di resilienza individuati sulla base di una vasta disamina della letteratura scientifica sul tema e di interviste a stakeholder di infrastrutture critiche abitualmente coinvolti nella gestione delle crisi. Le Darwin Resilience Management Guidelines esplorano soprattutto il settore sanitario, la gestione del traffico aereo e in generale la capacità di gestire disastri naturali o provocati dall’uomo.

Le schede includono, infatti, approfondimenti, casi illustrativi, pratiche, metodi e strumenti che provengono in modo specifico da questi due settori. In particolare, la scorsa estate, nella sede dell’Istituto Superiore di Sanità, esperti di gestione della crisi sono stati coinvolti in esercitazioni rispetto a uno scenario critico: un caso sospetto di malattia, con possibile sviluppo di epidemia, a bordo di un aereo.

Secondo i principi di resilienza individuati dal Progetto è necessario che le organizzazioni e le istituzioni coinvolte nella gestione di una crisi:

  • conoscano i reciproci ruoli e responsabilità;
  • condividano una modalità di intervento comune attraverso attività di coordinamento periodiche ed esercitazioni;
  • aumentino la capacità di riconoscere le fragilità del sistema e di identificare gli elementi di vulnerabilità nell’applicazione delle procedure e dei piani di risposta alla crisi;
  • migliorino la comunicazione con il pubblico generico in caso di crisi. Un aspetto che ha rivelato le criticità maggiori spesso a causa della mancanza di effettivi piani di comunicazione all’interno delle organizzazioni deputate alla gestione della crisi.

Ambiente e salute il rischio è scritto anche nei geni

Nell’ultimo Rapporto sull’impatto dell’inquinamento ambientale sulla salute l’OMS stima che 12.6 milioni di morti nel mondo (in pratica una morte su quattro) sono attribuibili a fattori di rischio ambientale come l’inquinamento di aria, acqua e suolo. I più esposti sono i bambini al di sotto dei cinque anni e gli adulti tra i 50 e i 75 anni. D’altra parte, la riduzione dei fattori di rischio ambientali e sociali contribuirebbe a prevenire quasi un quarto del carico globale di malattie. A partire da questo scenario, Eugenia Dogliotti, Direttore del Dipartimento Ambiente e Salute dell’ISS, ha illustrato di recente il contributo dei biomarcatori di esposizione per identificare diversi fattori di rischio (come ad esempio nel caso dell’acqua potabile contaminata, in alcuni comuni del Veneto, dai composti perfluoroalchilici (PFAS), identificati nel siero dei soggetti esposti), ma soprattutto il promettente ruolo delle nuove metodiche di genomica/epigenomica ambientale.

“Recenti sviluppi nella genetica umana e molecolare forniscono – dichiara la Dogliotti – una grande opportunità per capire come i geni e i cambiamenti genetici ed epigenetici interagiscono con gli stimoli ambientali per preservare la salute o causare malattie. Tuttavia l’applicazione a problemi di salute ambientale è ancora oggetto di attività di ricerca e quindi, pur rappresentando una potenziale strategia di grande efficacia, l’interpretazione dei risultati richiede estrema cautela”.

Tali studi mostrano come l’ambiente sia in grado di “plasmare” il nostro DNA (come nel caso delle mutazioni tipiche dei fotoprodotti indotti dalla componente UV della luce solare che si riscontrano nel genoma dei tumori della pelle) ma anche come l’ambiente riesca a modificare i meccanismi di regolazione del nostro DNA, il cosiddetto epigenoma, inducendo cambiamenti potenzialmente trasmissibili alle generazioni successive (come nel caso dell’esposizione cronica all’arsenico di alcune popolazioni asiatiche, attraverso l’acqua potabile, alla base degli elevati tassi di mortalità neonatale).

Sorveglianza PASSI le e-cig non sempre aiutano a smettere di fumare

In Italia, un adulto su dieci tra coloro che provano a smettere di fumare lo fa usando la sigaretta elettronica. La e-cig viene utilizzata, infatti, come ausilio per abbandonare l’abitudine al fumo, tre volte più degli altri metodi tradizionali (farmaci, centri antifumo e altro). Tuttavia, la probabilità di successo è minore tra chi tenta di smettere usando la e-cig (8%) rispetto a chi usa i metodi tradizionali (15%) e non è troppo diversa dalla probabilità di cessazione di chi tenta di smettere da solo, ovvero senza ausili (9%). Sono questi i principali risultati dello studio pubblicato sulla rivista Preventive Medicine, coordinato dall’ISS a partire dai dati della sorveglianza PASSI.  Si tratta di uno degli studi più grandi condotti sino ad oggi in Europa che esplora l’uso della sigaretta elettronica come ausilio per smettere di fumare su un campione di oltre 6000 soggetti adulti (18-69 anni) residenti in Italia e intervistati tra il 2014 e il 2015.

“Il boom delle sigarette elettroniche, avvenuto in Italia nel 2012 e 2013, ha sicuramente avuto un effetto positivo nell’aumentare il numero di fumatori che tenta di smettere – affermano gli autori della ricerca – Però, questo lavoro mette in evidenza che, se i fumatori che hanno optato per la sigaretta elettronica avessero scelto i metodi tradizionali per smettere, avrebbero avuto più successo nel rimanere astinenti. Purtroppo, oggi in Italia i metodi tradizionali per abbandonare il fumo non vengono rimborsati dal Servizio Sanitario Nazionale e sono più costosi della sigaretta elettronica. Un intervento di sanità pubblica auspicabile sarebbe proprio rendere rimborsabili questi metodi, come già avvenuto in altri Paesi europei”.

Radiazioni e nucleare, un’indagine sulla percezione del rischio

Radiazioni e nucleare, un’indagine sulla percezione del rischio

Come percepiscono gli italiani e gli europei il rischio legato alle radiazioni e al nucleare? Per rispondere a questa domanda e, di conseguenza, per aumentare la consapevolezza e la conoscenza della popolazione non specialista su questo tema, è online un questionario, a cui è possibile partecipare fino ad ottobre prossimo. Obiettivo dell’indagine è anche, in ultima analisi, fornire indicazioni di metodo e contenuti alle road map delle attività e alle Call di ricerca in ambito UE.

Il sondaggio è parte integrante del programma europeo CONCERT per l’integrazione della ricerca sulla protezione dalle radiazioni (European Joint Program for the Integration of Radiation Protection Research), nell’ambito di “Horizon 2020”. Si tratta di una delle iniziative di ricerca congiunte proposte dalle piattaforme europee sulla protezione dalle radiazioni MELODI – basse dosi di radiazioni; ALLIANCE  – radioecologia , NERIS  – emergenze radiologiche, EURADOS – dosimetria e EURAMED – radiazioni in campo medico. L’ISS, presente con i suoi ricercatori in molte di queste piattaforme, è, inoltre, tra le infrastrutture partner di CONCERT.

Per informazioni sul progetto contattare il responsabile Dott. Mauro Grigioni

Sangue, attenzione ai falsi miti

Sangue, attenzione ai falsi miti

Dalle ‘catene di Sant’Antonio’ alla richiesta di donare sangue in occasione di interventi chirurgici di parenti, il ‘sistema sangue’ italiano è pieno di falsi miti e ‘bufale’ da sfatare, che spesso mettono in confusione i donatori. A metterli a nudo ha provato un corso per i giornalisti sulle donazioni di sangue e staminali, organizzato dagli uffici comunicazione di Centro Nazionale Sangue e Centro Nazionale Trapianti, con il supporto di ISS e Federazione Nazionale della Stampa (FNSI), che si è tenuto nella sede dell’Istituto.

Nelle sedi delle associazioni dei donatori, ha rilevato Cristiano Lena, responsabile della comunicazione Fidas, arrivano periodicamente segnalazioni di pazienti a cui viene chiesto di portare dei donatori di sangue per ‘rimpiazzare’ quello da impiegare per interventi chirurgici. “La terapia trasfusionale, ossia il sangue di cui un paziente ha bisogno per i più svariati motivi, rientra tra i LEA, ossia i Livelli Essenziali di Assistenza – sottolinea però Lena – Quindi è garantita dal Servizio Sanitario Nazionale senza prevedere neanche la compartecipazione di spesa”. L’autosufficienza, è emerso durante il corso, è garantita a livello nazionale anche grazie a compensazioni tra regioni. Inutili quindi anche le ‘catene di Sant’Antonio’ che invitano a donare, di solito per bambini con gravi malattie o per cause nobili come aiutare le popolazioni colpite dal terremoto. Anche in caso di maxiemergenze è infatti pronto un piano specifico, che prevede che vengano utilizzate delle scorte accantonate appositamente.

Anche sul concetto di ‘sangue infetto’ ci sono spesso convinzioni sbagliate. I casi che periodicamente si leggono sui giornali si riferiscono infatti al passato, mentre negli ultimi 15 anni non si è avuta nessuna segnalazione di infezione da HIV o epatite dovuta a trasfusioni. Fra i falsi miti più duri a morire ci sono anche quelli sulle conseguenze delle donazioni, che secondo alcuni arriverebbero addirittura all’impotenza. L’ultimo rapporto del sistema di vigilanza ha segnalato appena 3,5 eventi avversi ogni mille donazioni, che nella quasi totalità sono semplici cali di pressione.

 

Ormone della crescita: on line il Rapporto annuale

Dai Centri e Dipartimenti

 

Ormone della crescita: on line il Rapporto annuale 

Sono 5571 i pazienti trattati con terapia rGH o terapia con ormone della crescita (Growth Hormone) e 19173 le visite effettuate per accertare la necessità di tale trattamento. Questi i dati nazionali evidenziati nel rapporto annuale del Registro Nazionale degli Assuntori dell’Ormone della Crescita (RNAOC) riferito all’attività del 2016 e pubblicati on line sul sito dell’ISS.

Nel rapporto viene anche indicato che ad essere trattati con rGH sono per la maggior parte bambini e che le patologie interessate non sono solo quelle per deficit della crescita ma anche alcune patologie genetiche per le quali il trattamento con l’ormone GH si è rivelato particolarmente efficace.

Il RNAOC istituito all’interno dell’Istituto Superiore di Sanità con il DL 30 ottobre 1987 per regolamentare la prescrizione di specialità medicinali a base di ormone somatotropo ha visto confermata la sua attività nel 2004 con la nota 39 dell’AIFA sulla rimborsabilità dei farmaci, attraverso cui il Registro è stato ritenuto uno strumento fondamentale di verifica delle effettive condizioni cliniche per il rimborso delle terapie rGH e per la sorveglianza epidemiologica nazionale sulle terapie.

Con questo nuovo ruolo il RNAOC è stato informatizzato su una piattaforma web dove confluiscono anche i dati su rGH provenienti da alcuni database regionali e che consente ai clinici autorizzati di inserire le informazioni relative alla prescrizione dell’ormone.

Le Commissioni Regionali per il GH, istituite in tutte le regioni italiane, possono dunque utilizzare tali informazioni per monitorare, a livello locale, l’appropriatezza del trattamento con GH e decidere quindi sulle relative autorizzazioni a prescrivere da rilasciare ai centri clinici.

Cure Palliative Pediatriche: dalle reti all’equità…

Dai Centri e Dipartimenti

Cure Palliative Pediatriche, cosa manca: dalle reti all’equità …

Formazione continua degli operatori sanitari, sviluppo di percorsi assistenziali specifici e condivisi, omogeneità dell’offerta dei servizi erogati nelle varie realtà locali e regionali, valutazione dell’utilizzo dei farmaci analgesici. Ma anche maggiore attività di informazione e divulgazione sull’importanza del trattamento del dolore in generale e delle Cure Palliative Pediatriche (CPP) in particolare. Sono questi alcuni dei punti chiave scaturiti dalla riflessione, oggetto di un Rapporto ISTISAN, di un gruppo di esperti istituito presso l’ISS sulla Legge n. 38 del 15 marzo 2010 che sancisce il diritto alle cure palliative e alla terapia del dolore per tutti i cittadini e la creazione di reti assistenziali per le cure palliative e di terapia del dolore dell’adulto e del bambino.

In Italia, come si legge nel Rapporto al Parlamento del Ministero della Salute sullo stato di attuazione della legge suddetta, si stima siano oltre 30 mila i neonati/bambini/adolescenti con malattia inguaribile e/o terminale che hanno necessità di CPP. Molto è stato fatto con il DL.vo 38/2010 e con i successivi provvedimenti attuativi (condivisi e approvati in Conferenza Stato Regioni) che hanno definito modalità e modelli di cura di riferimento. Tuttavia le criticità evidenziate giustificano, scrivono gli autori del Rapporto, l’urgenza di cercare risposte concrete a bisogni specifici di salute con un approccio trasversale tra società, istituzioni e professionisti coinvolti.