Autismo: la prima mappa dell’assistenza

Autismo: la prima mappa dell’assistenza

Un’Italia divisa, con le carenze che si concentrano soprattutto al Mezzogiorno e che riguardano tutti gli ambiti, dal personale all’offerta di strutture residenziali. Questo il quadro sull’assistenza ai minori con disturbi dello spettro autistico che emerge dalla prima ricognizione nazionale condotta dall’ Istituto Superiore di Sanità sulle Unità Operative (UO) di NeuroPsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (NPIA), terminale sanitario dell’utenza con autismo dei Sistemi Sanitari Regionali (SSR).

In Italia, si stimano tra 300-400 mila persone con un disturbo dello spettro autistico, tra bambini, adolescenti e adulti. Ogni UO di NPIA in media è composta da 2 NeuroPsichiatri Infantili (NPI), 2,5 psicologi, 1,5 Terapisti della Neuro-Psicomotricità dell’Età Evolutiva (TNPEE), 2,5 logopedisti, 1,5 educatori, 1 infermiere e 0,5 assistente sociale. “Purtroppo – spiega Aldina Venerosi, la curatrice dell’indagine per la quale è disponibile un rapporto sul sito dell’Istituto – questo dato presenta una altissima variabilità tra le regioni e tra le Aziende sanitarie, che si evidenzia dall’analisi delle distribuzioni mediane del numero di operatori per ciascuna regione; esistono infatti più del 50% delle UO dove i profili potenzialmente coinvolti nel trattamento o sono assenti (educatori) o sono presenti in part-time (TNPEE, assistenti sociali, infermieri)”.

Anche dal punto di vista della capacità di erogare sia diagnosi che intervento ci sono forti differenze. La percentuale di UO che dichiarano è dell’83% nel Nord, del 69% nel Centro, del 61% nelle Isole e del 51% nel Sud, evidenziando che la capacità di erogare i livelli essenziali di assistenza previsti presenta per l’autismo una forte eterogeneità geografica.

Per valutare il livello di organizzazione di processo in relazione all’autismo si è indagato sulla presenza di protocolli formalizzati. L’adesione a uno specifico protocollo diagnostico appare fortemente disomogenea nelle diverse macroaree geografiche. Mentre al Nord circa l’80% di UO dichiarano di possedere un protocollo di diagnosi, la percentuale si abbassa al 60% al Centro e scende sotto il 50% nel Sud e nelle Isole. Una carenza di formalizzazione dell’assistenza per l’autismo è stata riscontrata anche per quanto riguarda i percorsi a garanzia della transizione tra i servizi per i minori e quelli per gli adulti che sono risultati presenti in non più del 30% delle UO.

“In sintesi – conclude Venerosi – a fronte di un disturbo molto complesso e diversificato, che richiede interventi multipli e personalizzati per tutto l’arco di vita dell’individuo, si denota uno scarso livello di “operazionalizzazione” dei percorsi da parte delle singole regioni. Le Linee di indirizzo, siglate da tutte le regioni, la recente legge sull’autismo e il fondo ad essa vincolato sono un importante stimolo affinché si aprano i tavoli regionali per l’individuazione di strumenti e metodologie condivise, e  i tavoli aziendali per la creazione di percorsi individuali integrati. Infatti, oltre all’attivazione di programmi di formazione e aggiornamento continuo dedicati all’autismo, che rappresentano un intervento prioritario per ottimizzare le risorse disponibili e per ottenere un’armonizzazione dell’offerta”, i risultati dell’indagine suggeriscono alcuni indicatori utili per monitorare in futuro la qualità e l’appropriatezza dell’assistenza per l’autismo e per altri disturbi del neurosviluppo di cui l’autismo rappresenta un esempio paradigmatico, come il livello di condivisione dei protocolli di diagnosi e intervento tra le aree distrettuali e Aziendali; la costituzione di percorsi di transizione verso l’età adulta; la condivisione di protocolli di intervento con l’area della riabilitazione accreditata; la formalizzazione di PDTA”.

Prima, durante e dopo un viaggio: come rimanere in salute

«Dal punto di vista epidemiologico i viaggiatori rappresentano una popolazione importante a causa della loro mobilità, della potenziale esposizione a malattie che possono essere contratte nei vari Paesi del mondo e a causa della possibilità di trasmettere essi stessi, una volta tornati a casa, l’infezione alle altre persone» spiega Caterina Rizzo, ricercatrice del Dipartimento Malattie Infettive dell’ISS. «Inoltre, in base alle caratteristiche del viaggio e alla specifica condizione fisica del turista, i viaggi internazionali possono comportare diversi tipi di rischi per la salute legati al cambio di altitudine, di umidità e di temperatura, ai patogeni circolanti o alle precarie situazioni igienico-sanitarie di alcuni Paesi visitati» continua Rizzo.

Con il passare degli anni sono sempre di più le persone che intraprendono viaggi internazionali per motivi diversi (turismo, lavoro, missioni umanitarie), anche in Paesi in via di sviluppo che prima erano mete poco battute. Secondo gli ultimi dati forniti dall’Organizzazione Mondiale del Turismo (World Tourism Organization, UNWTO) a livello globale nel 2016 gli arrivi internazionali sono stati 1,2 miliardi, con un incremento pari al 5% rispetto al 2015.

Ma come affrontare un viaggio in sicurezza per proteggere la propria salute e quella degli altri? Minimizzare i rischi grazie a opportune precauzioni prese prima della partenza, evitare comportamenti a rischio durante il viaggio e identificare/trattare tempestivamente una malattia importata sono tutti aspetti fondamentali per fare in modo che il problema di un solo viaggiatore non si trasformi addirittura in un problema di salute pubblica.

Certamente non tutte le destinazioni hanno lo stesso profilo di rischio ma rispettare almeno alcune delle precauzioni seguenti può essere una buona scelta di prevenzione. 

Prima di partire è fondamentale:

  • rivolgersi al proprio medico, o a uno specialista di medicina dei viaggi (idealmente 4-6 settimane prima della partenza), per sapere se è necessario sottoporsi a profilassi o a particolari vaccinazioni
  • informarsi sui rischi specifici relativi alla destinazione scelta, consultare le pagine dedicate a “Viaggiare in salute” sul sito del Ministero della Salute, o quelle dedicate alla “Salute in viaggio” sul sito viaggiaresicuri.it della Farnesina
  • preparare un kit da viaggio contenente: eventuali prescrizioni mediche, creme solari anti-UV, disinfettanti a base di alcol, dispositivi di primo soccorso, prodotti insetto-repellenti, profilattici, tessera sanitaria.

Durante il viaggio è importante:

  • fare attenzione all’alimentazione (spesso, infatti, cibi e bevande possono essere causa di patologie), mangiando solo cibo cotto e servito caldo, bevendo acqua e bibite imbottigliate e sigillate, e consumando caffè e tè serviti molto caldi
  • al mare, in piscina e durante tutte le attività all’aria aperta, proteggersi dal sole per evitare sia gli effetti del caldo sulla salute sia l’esposizione della pelle ai raggi UV
  • evitare di esporsi alle punture di insetti attraverso l’adozione delle misure profilattiche-comportamentali comunemente indicate in questi casi (utilizzando prodotti insetto-repellenti; indossando un abbigliamento adeguato, con maniche lunghe, calze e pantaloni lunghi; accendendo spirali fumigene o altri prodotti a combustione; usando barriere meccaniche come le zanzariere)
  • per evitare di contrarre infezioni sessualmente trasmesse (IST), avere rapporti sessuali protetti e usare correttamente il preservativo
  • per evitare incidenti, fare attenzione ai diversi aspetti di sicurezza stradale tra cui indossare le cinture di sicurezza, non guidare dopo aver bevuto alcolici, ecc.

Dopo il viaggio, al rientro è raccomandato:

  • contattare il proprio medico (o uno specialista) se dovessero comparire malessere e sintomi inattesi, riportando con attenzione la località in cui si ha soggiornato e le attività svolte.

Attenzione, però, in alcuni casi si può essere infetti e non avere sviluppato ancora i sintomi della specifica patologia. È quindi importante adottare comportamenti di riguardo e attenzione nei confronti di chi ci sta vicino nel periodo successivo al ritorno da un viaggio in zone endemiche per particolari patogeni.

Infine, pianificando un viaggio è bene considerare che alcune categorie di persone – quali anziani, bambini, donne in gravidanza e le persone con disabilità – possono essere più vulnerabili e richiedere necessità particolari e un’attenzione maggiore durante il soggiorno.

Per approfondire

Da Zika alla malaria, le infezioni che fanno sospendere le donazioni di sangue

Gli appelli che si susseguono in questi giorni stanno ricordando a tutti i donatori di sangue, o a chi sta pensando di diventarlo, di andare a donare prima di partire per le vacanze estive. Chi invece ha programmato la propria donazione una volta tornato da un viaggio all’estero, ma anche in alcune zone d’Italia, deve considerare bene la situazione epidemiologica della località dove ha soggiornato. Lo ricorda il Centro Nazionale Sangue, che sulla base delle segnalazioni delle istituzioni nazionali e internazionali formula e aggiorna periodicamente le raccomandazioni per le possibili sospensioni temporanee dalla donazione.

Per quanto riguarda l’Italia, sottolineano gli esperti del Centro, al momento l’attenzione è concentrata sul virus del Nilo Occidentale (conosciuto con la denominazione inglese di West Nile Virus), per cui è iniziato il monitoraggio su tutto il territorio nazionale. Al momento non sono stati segnalati casi né in persone né in animali, ma man mano che si verificheranno scatterà la sospensione per 28 giorni per tutti gli aspiranti donatori che avranno soggiornato per almeno una notte nei territori ‘dove il virus circola’, oppure, in alternativa, essi saranno sottoposti ad un test per la ricerca del virus.

La sospensione per 28 giorni varrà anche per chi è stato nei paesi dove sono segnalati casi autoctoni del virus Zika, dal Brasile ad alcune aree del sud est asiatico, e non ha avuto sintomi della malattia. Se invece c’è il sospetto di essere stati contagiati la sospensione sale a 120 giorni.

Anche per chi soggiorna nelle zone dove sono presenti i virus ‘parenti’ di Zika, da Chikungunya a Dengue, c’è il rischio sospensione, che deve essere valutato dal medico al momento della donazione.

Per i viaggiatori che rientrano da viaggi in paesi dove è diffusa la malattia di Chagas (Messico, America Centrale e Sud America) e che hanno viaggiato in aree a rischio (rurali) e soggiornato in condizioni ambientali favorenti l’infezione (camping, trekking) possono essere ammessi alla donazione solo in presenza di un test negativo per Tripanosoma Cruzii.

Per chi va, invece, in zone dove è endemica la malaria, dall’Africa subsahariana all’Asia a molti paesi in America Latina, la prima data utile per andare a donare è sei mesi dopo il rientro. Un altro virus ‘tenuto d’occhio’ dagli esperti internazionali è quello della Febbre Gialla, attualmente presente in molti paesi dell’America e in Africa. Per chi non ha seguito la raccomandazione di vaccinarsi prima della partenza il medico potrebbe anche in questo caso decidere al rientro una sospensione temporanea.

Lotta alle zanzare, sì ma in sicurezza

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Lotta alle zanzare, sì ma in sicurezza

«I cittadini dovrebbero evitare di esporsi alle punture d’insetti, innanzitutto attraverso l’adozione delle cosiddette misure profilattiche-comportamentali comunemente indicate in questi casi» Il consiglio è di Roberto Romi, ricercatore del Dipartimento Malattie infettive dell’ISS. Ma quali sono i rimedi più efficaci?

  • In casa: l’uso di zanzariere da applicare alle finestre o l’attivazione dell’impianto di condizionamento (regolandolo a 22°C il freddo rende le zanzare meno attive). Inoltre l’utilizzo dei fornelletti a piastrina o degli elettroemanatori a ricarica liquida, da accendere mezz’ora prima della necessità e sempre a finestre aperte, o garantendo un piccolo ricircolo d’aria per evitare effetti irritanti. «Questi prodotti rientrano tutti nella categoria dei biocidi e, come tali, sono soggetti a una normativa piuttosto ferrea e precisa che ne garantisce la sicurezza. Usati secondo le indicazioni, hanno una tossicità bassa e una breve persistenza nell’ambiente» afferma Romi.
  • All’esterno: in piccoli ambienti come giardini domestici e terrazzi è opportuno indossare un abbigliamento adeguato (maniche lunghe, calze e pantaloni lunghi) ed è possibile accendere spirali fumigene (zampironi) o altri prodotti a combustione (come per esempio le candele alla citronella) che però sono efficaci in aree di dimensione limitata. «Riguardo a questi dispositivi, va ricordato che l’uso è consentito solo all’aperto, sia per il pericolo rappresentato dalla fiamma stessa che per quello derivante dai fumi tossici che possono scaturire dalla combustione» sottolinea Roberto Romi.

Un discorso a parte va fatto per i prodotti insetto-repellenti da applicare direttamente sulla pelle. Questi vanno usati solo quando necessario e scelti in base alla percentuale del principio attivo che contengono e che, per legge, deve essere indicata sull’etichetta. La maggior parte di questi prodotti, infatti, sono a base di icaridina (KBR), di dietiltoluamide (DEET) e di altre molecole di sintesi che possono avere effetti tossici come il Citrodiol (o PMC) e l’IR3535 (o AMP). Tali principi attivi, a differenza di quelli a base naturale, sono soggetti a legislazione da parte del Ministero della Salute, ai sensi del Regolamento UE n.528/2012 (PT18, PT19) relativo alla messa a disposizione sul mercato e all’uso dei prodotti biocidi. «I repellenti con concentrazione inferire al 20% sono sufficienti per le nostre latitudini mentre quelli con il 30% (o più) vanno applicati solo quando si viaggia in Paesi in cui c’è il rischio di contrarre malattie trasmesse da zanzare infette» precisa Romi.

Anche l’età del consumatore è un determinante per scegliere quali repellenti usare, e come:

  • sotto ai 2 anni di età: non utilizzare alcun tipo di prodotto insetto-repellente (anche se a base di estratti naturali). Meglio optare per barriere meccaniche come un velo di tulle a maglie strette da mettere ben teso sulla culla e sul passeggino
  • dai 2 ai 12 anni: anche per i bambini più grandi, la scelta deve essere fatta accuratamente in base alla concentrazione di principio attivo, continua Roberto Romi, Se necessario usare esclusivamente prodotti con concentrazione di principio attivo (p.a.) minore/uguale al 10% e non superare le 2 applicazioni nelle 24 ore
  • dai 12 anni in su, alle latitudini italiane sono sufficienti i prodotti inferiori al 20% di p.a. che proteggono anche fino a 6 ore. Non c’è quindi necessità di applicarli più volte.

In gravidanza e allattamento è meglio non applicare prodotti a base di DEET e KBR mentre il Citrodiol può essere utilizzato non più di una volta al giorno e a concentrazioni inferiori/uguali al 20%. Inoltre, altre buone norme da considerare sono:

  • evitare di applicarli contemporaneamente a creme solari e creme idratanti con schermo anti UV, perché queste possono aumentare l’assorbimento del p.a. (e quindi diminuirne l’evaporazione)
  • non applicarli su tagli, pelle irritata o su una precedente puntura di zanzara perché la pelle può infiammarsi maggiormente e il principio attivo può essere assorbito in quantità maggiori
  • lavarsi sempre accuratamente le mani dopo l’applicazione
  • ai minori di 12 anni non vanno applicati direttamente ma vanno spalmati con le mani da un adulto affinché queste sostanze non vengano accidentalmente a contatto con gli occhi, irritandoli, o con la bocca del bambino.

Creme solari, come scegliere quella giusta

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Creme solari, come scegliere quella giusta

 

Conoscere il proprio fototipo e sulla base di quello scegliere la propria crema solare ideale, evitando quelle che riportano diciture come “100% protezione” o “protezione per l’intera giornata”, palesemente non veritiere. E’ questa l’indicazione principale che viene dal Centro Nazionale Sostanze Chimiche, Prodotti Cosmetici e Protezione del Consumatore dell’ISS in vista dell’estate.

Come ormai da anni raccomandano i dermatologi è molto importante proteggere la pelle per evitare danni provocati dalle lunghe esposizioni al sole – spiegano gli esperti del Centro guidato da Rosa Draisci -, per questo esiste in commercio una grande varietà di prodotti cosmetici appositamente dedicati alla protezione denominati “solari”. Sotto questa categoria, vengono proposti moltissimi prodotti con caratteristiche diverse pertanto è necessario fornire indicazioni che possano guidare il consumatore in una scelta consapevole”.

Ai solari sono dedicati un Regolamento e una Direttiva UE. La raccomandazione prevede, tra le altre cose, che il grado di protezione dai raggi UV e l’efficacia del prodotto devono essere indicati in etichetta anche mediante una delle quattro categorie di protezione individuate, ovvero “bassa” (protezione 6 e 10), “media” (15, 20, 25), “alta”(30, 50) e “molto alta”(oltre 50). In etichetta, la categoria e il fattore di protezione solare devono essere riportate con la stessa visibilità. Per scegliere correttamente la crema solare ideale per il proprio tipo di pelle bisogna innanzitutto conoscere il proprio fototipo, e ad ognuno corrisponde il corretto fattore solare indicato su ogni prodotto solare (es. 6, 10, 15, 20, 50). Vengono normalmente identificati sei fototipi: chi ha il numero 1, caratterizzato da capelli rossi o biondi con pelle molto chiara, deve usare una protezione molto alta, chi ha il 2 (capelli biondi o castani con pelle chiara) da molto alta ad alta, per il 3 (biondo scuro o persone con pelle sensibile) e il 4 (capelli castani con pelle moderatamente sensibile) va bene la media mentre per il 5 (capelli scuri e carnagione olivastra) e il 6 (capelli scurissimi e pelle non sensibile) è consigliabile la bassa.

Il consumatore deve inoltre essere reso consapevole dei rischi derivanti da un’eccessiva esposizione ai raggi solari e avere indicazioni in merito all’efficacia dei prodotti solari. Pertanto, l’etichetta deve riportare la frequenza di applicazione e la quantità minima di prodotto da applicare per garantire un adeguato grado di protezione della pelle. Inoltre, in considerazione dei rischi derivanti dall’esposizione ai raggi UV, tra le indicazioni che non vanno riportate in etichetta ci sono anche la capacità di protezione del 100% (e.g., «schermo totale» o «protezione totale») o il fatto che il prodotto possa assicurare la protezione per l’intera giornata, dal momento che si tratta di informazioni non veritiere. Infine, deve risultare chiaro al consumatore che la funzione dei solari è quella di prevenire eventuali danni che non possono comunque essere esclusi e solo l’attenta osservanza delle prescrizioni d’uso ne garantisce l’efficacia.

Settimana Nazionale della Celiachia: diagnosi sottostimate, la moda del gluten-free, il punto sulle sperimentazioni in corso

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Settimana Nazionale della Celiachia: diagnosi sottostimate, la moda del gluten-free, il punto sulle sperimentazioni in corso

In Italia i celiaci diagnosticati sono 182.852, come si legge nella Relazione al Parlamento aggiornata al dicembre 2015, redatta dal Ministero della Salute con la consulenza dell’ISS. Un dato di gran lunga inferiore rispetto alle 600.000 diagnosi attese, stimate cioè in base ai risultati degli studi di screening pubblicati nella letteratura scientifica in materia, secondo cui l’1% della popolazione italiana è affetta da celiachia. Questo significa che molti sono i celiaci non trattati, a rischio perciò di complicanze. Di contro circa sei milioni di italiani, secondo i dati dell’Associazione Italiana Celiachia (AIC), promotrice della Settimana Nazionale della Celiachia dal 13 al 21 maggio prossimi, seguono la moda del gluten-free, mangiano cioè senza glutine perché convinti che questo assicuri salute, benessere e dimagramento. Convinzioni che sono il frutto, oltre che di diagnosi fai-da-te, di risposte cercate su Internet e sui social network, anche di veri e propri falsi miti, privi di qualsiasi fondamento scientifico.

Cinque domande all’esperto dell’ISS Marco Silano

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Cinque domande all’esperto dell’ISS Marco Silano

Essere celiaci sembra essere diventata una moda. Quali i pericoli di questa tendenza?
“L’esclusione del glutine dalla dieta è per un soggetto celiaco l’unica terapia possibile, in quanto l’esposizione al glutine comporta la persistenza dei sintomi e segni legati alla malattia, nonché un aumento del rischio di complicanze. Da qui l’importanza della diagnosi precoce, ma anche la pericolosità della moda del glutine dannoso per tutti, per la quale si è addirittura arrivati a coniare il termine glutenfobia, che, non solo banalizza la terapia salvavita dei pazienti celiaci, ma può portare a mancate diagnosi o a ritardi nelle stesse”.

E’ vero che la dieta senza glutine aiuta a dimagrire?

“No perché anche se i prodotti per celiaci hanno una formulazione migliore rispetto al passato, quando erano più ricchi di grassi, sono pur sempre a base di mais e patate, alimenti che hanno un indice glicemico più alto rispetto al frumento”.

Quali dunque gli accorgimenti perché i celiaci non ingrassino?
“Affinché l’alimentazione di un celiaco sia bilanciata di tutti i nutrienti necessari alla salute, al pari d’altra parte di quella di un soggetto non celiaco, non deve essere costituita solo da prodotti industriali appositamente formulati per gli intolleranti al glutine, bensì anche e soprattutto dai numerosi alimenti naturalmente gluten-free: legumi, frutta, verdura, ortaggi. Tanto che gli studi hanno mostrato che mangiando in maniera equilibrata i celiaci hanno lo stesso rischio di sviluppare diabete di tipo II e sindrome metabolica rispetto ai non celiaci. Non si può neanche dire che si tratti di una dieta monotona, in quanto gli alimenti permessi sono di gran lunga superiori a quelli proibiti. L’unico deficit dal punto di vista nutrizionale è quello relativo alle fibre, in quanto di prodotti integrali per celiaci ne esistono pochi e quelli che ci sono non eccellono quanto a gusto. A tale mancanza si può ovviare con specifici integratori”.

Come comportarsi in casa e fuori casa?
“Il pericolo in agguato è quello della contaminazione. Anche in casa. Ecco allora alcune semplici norme per evitarlo: conservare i prodotti in stipiti diversi per non confondersi; lavare sempre le pentole utilizzate per la preparazione dei prodotti con il glutine, prima di usarli per la preparazione dei piatti senza glutine, un accurato lavaggio di pentole, stoviglie e posate, non necessariamente in lavastoviglie, elimina tutti i residui di glutine; in forno, se si vogliono cuocere contemporaneamente due alimenti con e senza glutine, posizionare quello senza glutine nel piano superiore. Se fino a qualche anno fa non era così semplice mangiare fuori casa, adesso non solo il mercato si è notevolmente arricchito, ma è cresciuta la sensibilità dei ristoratori e dell’opinione pubblica in generale. Il personale che eroga i pasti senza glutine nei locali è adeguatamente formato, esistono dei precisi requisiti strutturali nelle cucine che devono essere rispettati e dei piani di autocontrollo della presenza di glutine che il proprietario deve adempiere, oltre ai controlli periodici delle ASL. La nuova normativa sull’etichettatura, infine, impone ai ristoratori di scrivere nel menu gli allergeni, tra le 14 categorie indicate dalla Commissione Europea, presenti nelle pietanze”.

A che punto sono le sperimentazioni affinché un giorno anche i celiaci possano mangiare senza vincoli e senza danneggiare la loro salute?
“In Australia stanno sperimentando un vaccino contro le frazioni tossiche del glutine e in Finlandia si stanno concentrando su enzimi estratti da piante, batteri e funghi, sintetizzati in capsule, in grado di detossificare il glutine. Tuttavia, siamo lontani dal provarne l’efficacia sui pazienti e dunque da innovazioni che a breve o medio termine permettano ai celiaci di mangiare glutine. L’ISS, nel tentativo di mettere a punto un pane per celiaci, sta studiando un peptide del glutine, presente in alcuni grani, che bloccherebbe l’infiammazione gliadina-dipendente. Al momento non esiste una terapia alternativa alla dieta che, d’altra parte, al contrario dei farmaci, è del tutto naturale e priva di effetti collaterali”.

Campi di calcio sintetici ‘assolti’ da agenzia Ue, non sono cancerogeni

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Campi di calcio sintetici ‘assolti’ da agenzia UE, non sono cancerogeni

I campi di calcio in erba sintetica non sono cancerogeni, e non presentano rischi per la salute legati ai trucioli ricavati dagli pneumatici che si usano per il loro riempimento. Lo afferma un parere dell’Agenzia Europea Sostanze Chimiche (ECHA), su richiesta della Commissione Europea, basato anche su due progetti di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità, che suggerisce però una serie di azioni di sorveglianza da mettere in atto da parte di gestori degli impianti e degli stessi club sportivi che li utilizzano.

La Commissione nel 2016 ha chiesto ad ECHA un’analisi di verifica mirata a rilevare la presenza di rischio sulla popolazione generale esposta all’utilizzo dei campi di erba sintetica, compresi i bambini, giocatori professionisti e lavoratori che installano e curano i campi artificiali. Sulla base delle evidenze scientifiche disponibili l’agenzia ha stabilito che il rischio è “molto basso” per quanto riguarda la presenza di idrocarburi policiclici aromatici, sostanze riconosciute dall’OMS fra quelle cancerogene e “trascurabile” per la presenza di metalli, che sono in concentrazione inferiore a quella massima prevista per i giocattoli. Anche la concentrazione di altre sostanze pericolose come gli ftalati è risultata inferiore ai limiti previsti.

L’argomento è stato al centro di due studi dell’Istituto Superiore di Sanità, fra quelli utilizzati dall’ECHA, uno riferito alle sostanze chimiche presenti nei campi in erba artificiale e l’altro incentrato sulla tossicità delle gomme degli pneumatici, ‘materia prima’ per i trucioli di riempimento. “L’Unione Europea regolamenta le materie prime per la produzione di pneumatici, tra cui gli oli diluenti, il cui contenuto di IPA deve essere inferiore a 10 mg/kg – spiegano Paolo Izzo e Francesco Tancredi dell’ISS due tra gli autori degli studi effettuati a riguardo -. Questo ha portato a sviluppare metodi di analisi delle materie prime ma nessuna metodica per quantificare il contenuto di IPA nel prodotto finito, gli pneumatici, i quali diventano la materia prima per produrre i trucioli di gomma che riempiono i campi di calcio in erba sintetica. L’Istituto –aggiungono –  ha messo a punto due metodi di estrazione e quantificazione direttamente sui trucioli utilizzando tecniche analitiche disponibili in tutti i laboratori privati e pubblici.  Ciò consentirà ai produttori, associazioni sportive e pubbliche amministrazioni di avviare attività di monitoraggio delle materie prime (trucioli) sui campi esistenti ma anche definire i requisiti dei materiali da utilizzare sui campi di nuova costruzione. Il secondo contributo dell’Istituto riguarda invece un progetto finalizzato alla valutazione del rischio per la salute umana associato agli IPA presenti nei trucioli, realizzato sfruttando i metodi analitici precedentemente messi a punto per le materie prime.”

L’ECHA, pur evidenziando un livello di rischio molto basso sia nell’esposizione ai granuli di gomma riciclata e ai composti organici volatili da essi emessi, sia nell’esposizione ai metalli e ad altre sostanze chimiche come i ftalati, il benziotazolo, il metilisobutilchetone da essi contenuti, ha suggerito di intraprendere azioni di regolamentazione integrative come quella di considerare delle modifiche al regolamento REACH per garantire concentrazioni basse di IPA. “Proprietari e gestori di campi (all’aperto o al chiuso) esistenti dovrebbero misurare le concentrazioni di IPA e altre sostanze nei granuli di gomma, utilizzati nei loro campi, e rendere queste informazioni a disposizione delle parti interessate in modo comprensibile – scrive l’ECHA -.I produttori di granuli di gomma e le organizzazioni interessate, dovrebbero sviluppare linee guida per aiutare tutti i produttori e gli importatori di intasi di gomma riciclata ad effettuare test sul loro materiale. Associazioni europee sportive e di calcio e i club dovrebbero lavorare con i produttori interessati per garantire che le informazioni riguardanti la sicurezza dei granuli di gomma dei manti erbosi sintetici sia comunicato in modo comprensibile per i giocatori e il pubblico in generale. Proprietari e gestori di campi al chiuso esistenti con intasi in granulo di gomma dovrebbero garantire un’adeguata ventilazione”. In aggiunta a queste misure l’ECHA raccomanda che i giocatori che utilizzano i campi sintetici dovrebbero adottare norme igieniche di base dopo aver giocato sull’erba sintetica contenente granuli di gomma riciclata. Le raccomandazioni sono state inviate alla Commissione Europea, che dovrà pronunciarsi sull’eventuale adozione di nuove norme.

 

Per le donne salute peggiore, un convegno per capire le cause

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Per le donne salute peggiore, un convegno per capire le cause

Sono ormai molti e in diversi campi, dall’oncologia alle malattie cardiovascolari, i dati che testimoniano le differenze tra i due sessi nel campo della salute, riportate anche da un “Quaderno” pubblicato recentemente dal Ministero della Salute (2016), ma sulle cause che determinano tali differenze rimangono molti punti interrogativi. Le donne presentano una prevalenza maggiore per osteoporosi (+736%), malattie tiroidee (+500%), depressione e ansietà (+138%), cefalea ed emicrania (+123%), Alzheimer (+100%), cataratta (+80%), artrosi e artrite (+49%) e molte malattie autoimmuni (+900%). Gli uomini e le donne cioè, pur essendo soggetti alle medesime patologie, presentano spesso significative differenze riguardo l’incidenza, la sintomatologia, la progressione, la prognosi e la risposta ai trattamenti. Per affrontare queste problematiche, il Centro di Riferimento per la Medicina di Genere dell’Istituto Superiore di Sanità ha organizzato nei giorni 21 e 22 marzo il Convegno ‘Verso una Medicina Genere-Specifica’ , che vuole essere un’occasione di confronto per approfondire i fattori attraverso cui il sesso (differenze biologiche) ed il genere (che comprende anche gli aspetti socioculturali) agiscono sull’insorgenza e il decorso di molte malattie in tutte le fasi della vita dell’individuo dalla culla alla senescenza, nonché sulla risposta alle terapie, per gettare le basi per la nascita di percorsi di prevenzione, diagnosi, terapia e assistenza che tengano conto di queste differenze.

“Le conoscenze nell’ambito delle differenze di genere in medicina si basano ancora oggi prevalentemente su studi epidemiologici, – afferma Walter Malorni, che dirige il Centro – I tumori ad esempio hanno una prognosi spesso più favorevole per le donne, le malattie autoimmuni colpiscono prevalentemente il sesso femminile, ma non se ne conoscono ancora le cause. La Medicina di Genere (MdG) o medicina genere-specifica, costituisce quindi un settore innovativo della ricerca biomedica indispensabile per assicurare la “centralità del paziente” e aprire nuove prospettive sul significato vero di tutela della salute. L’aspetto principale del nostro lavoro è quindi la ricerca: cercare di capire i meccanismi alla base di queste differenze. Un altro aspetto fondamentale è poi l’interazione con le istituzioni per costruire una rete inclusiva che coniughi ricerca scientifica, attività di formazione e politiche sanitarie. Bisogna infatti tenere presente che un approccio di genere in medicina ridurrebbe sensibilmente i costi del SSN migliorando significativamente qualità e appropriatezza delle cure”.

Il Convegno sarà l’occasione per presentare le attività del Centro, il più grande in Europa dedicato a questo tema, e prevede sia sessioni scientifiche, con interventi di esperti, ricercatori e clinici sulle differenze di genere in vari settori della medicina (dall’oncologia alla pediatria, dalle malattie infettive a quelle cardiovascolari) che sessioni dedicate ad attività istituzionale, con interventi di autorità politiche accademiche e dell’industria.  Fra i tavoli tematici previsti dal programma uno affronterà anche il tema delle ‘bufale’ e dei falsi miti in medicina, oggi di particolare interesse per il grande pubblico, troppo spesso disorientato da comunicazioni  infondate e dalle cosiddette “fake” news.

Donne più vulnerabili alle dipendenze, più difficile smettere

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Donne più vulnerabili alle dipendenze, più difficile smettere

Anche dal punto di vista dell’abuso di alcol, droghe e tabacco ci sono delle forti differenze di genere, con le donne che sono numericamente meno dipendenti dalle sostanze psicoattive ma più vulnerabili ai loro effetti, al punto che per loro è molto più difficile smettere. L’argomento sarà affrontato da Roberta Pacifici, che dirige il Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità, durante una delle sessioni dedicate alla medicina di Genere del Convegno “Verso una Medicina Genere-Specifica” organizzato dall’ISS per il 22-23 marzo.

“I dati della relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia – spiega Pacifici –  mostrano che nella popolazione maschile (15-64 anni) si rileva una maggiore diffusione del consumo di sostanze psicoattive: a ogni consumatrice infatti, corrispondono quasi 2 consumatori (maschi 12,5%; femmine 7,1%). E’ inoltre nelle fasce di età più giovani (15-34 anni) che si concentra la maggior prossimità alle sostanze (24,6%maschi contro il 14,5% delle femmine)”.

Lo stesso fenomeno, sottolinea l’esperta, è stato riscontrato anche negli Stati Uniti. Le ricerche effettuate sugli esseri umani e sugli animali hanno poi dimostrato come esistano differenze di genere negli effetti del consumo delle droghe d’abuso. “Le femmine, rispetto ai maschi, sono più vulnerabili ai passaggi chiave del processo che porta alla tossicodipendenza – prosegue Pacifici – e che è caratterizzato da tappe quali l’iniziazione, l’escalation, il consumo compulsivo (la dipendenza) e la ricaduta dopo la cessazione. La velocità di escalation nell’uso di droghe è maggiore nelle donne per alcol, marijuana, oppioidi e cocaina (come per il gioco d’azzardo). Questo fa sì che una volta dipendenti le donne hanno maggiori difficoltà a smettere”.

Anche relativamente alla dipendenza da fumo di tabacco le donne mostrano delle differenze rispetto agli uomini. In particolare, quando le donne cercano di smettere di fumare, vanno incontro a sintomi di astinenza più gravi rispetto agli uomini. “Le donne riferiscono effetti più intensi sull’umore e sull’ansia nonché una maggiore risposta allo stress rispetto agli uomini. Per contro, gli alcolisti di sesso maschile mostrano sintomi di astinenza più intensi rispetto alle donne quando smettono di assumere alcol”. A determinare le differenze, sottolinea Pacifici, sono diversi fattori. “In studi sperimentali sui ratti è stato osservato che le differenze ormonali tra maschi e femmine possono svolgere un ruolo importante nel determinare le differenze di genere osservate nelle dipendenze da sostanze. Naturalmente, nell’essere umano, importanza fondamentale rivestono le interazioni tra genetica, epigenetica, fattori socio-culturali e delle condizioni ambientali che agiscono come fattori di rischio o di protezione nei confronti dell’instaurarsi di una dipendenza da sostanza”.