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Sangue cordone, nel 2016 nelle banche meno di mille nuove unità, serve rilancio

Numero 03 – Maggio 2017

Un numero di unità raccolte che da anni non cresce significativamente, a cui si aggiungono sempre meno unità bancate, cioè conservate nelle strutture sul territorio nazionale, e rilasciate per essere utilizzate dai trapiantologi. Dai dati  delle donazioni del sangue cordonale del 2016, raccolti dal Centro Nazionale Sangue (CNS) e dal Centro Nazionale Trapianti (CNT) emerge la fotografia di un settore a cui serve un rilancio, ferma restando l’importanza di una fonte preziosa di staminali, che vengono utilizzate per  molte malattie, come le leucemie, in cui è necessario un trapianto di staminali.

Nel 2016 le 18 banche del cordone presenti su tutto il territorio nazionale hanno censito 14.661 unità di sangue di cordone ombelicale raccolte per trapianto allogenico, in calo di quasi tremila rispetto all’anno precedente, e 983 bancate, una cifra che dal 2007 non era mai scesa sotto le mille. In totale nelle varie strutture sono bancate circa 45mila unità, mentre dal 2007 sono oltre 1600 quelle rilasciate, nella quasi totalità dei casi per essere usate per trapianti di tipo allogenico da donatore non familiare.

“La raccolta del cordone subisce l’effetto delle nuove regole che dal 2012 richiedono che l’unità, per essere considerata idonea all’uso, contenga un numero più alto di cellule rispetto al passato – spiega Simonetta Pupella, responsabile dell’area medica del CNS -. Dall’altra negli ultimi anni si sta affermando l’utilizzo del cosiddetto donatore aploidentico, cioè un donatore che è parzialmente compatibile, di solito un genitore, possibile utilizzando farmaci che eliminano il rischio di rigetto. Le staminali da cordone rimangono però molto importanti, come risorsa aggiuntiva in alcuni casi, ad esempio per linee avanzate di trattamento quando gli altri trapianti non funzionano, e risorsa alternativa in chi non ha il donatore compatibile in famiglia o in registro. Ci sono poi una serie di ricerche molto promettenti sull’utilità di emocomponenti alternativi ricavati dal sangue cordonale, ad esempio i globuli rossi che possono essere usati per le trasfusioni nei neonati”.

E’ possibile donare il cordone, hanno ricordato i due centri in un recente documento, solo in caso di parto a termine e in assenza di complicazioni. La procedura non interferisce con le procedure del parto e non ha nessun effetto sulla salute del bambino, come dimostra anche il fatto che dal 1993, anno in cui si è iniziata la raccolta del sangue cordonale, nessuna reazione avversa è stata segnalata a carico dei neonati “donatori”. A fronte dei numeri degli ultimi anni, sottolinea Pupella, il sistema italiano va probabilmente ripensato. “Alcune banche hanno un numero molto basso di unità conservate – spiega –, bisogna trovare dei criteri per razionalizzarle, come già fatto da alcuni altri paesi. E’ molto importante però aumentare la raccolta, anche perché siamo una popolazione molto eterogenea dal punto di vista della compatibilità, e servono quindi molti campioni per garantire una probabilità alta di trovare un donatore compatibile”.