CNS in aiuto al Salvador

Numero 01 – Gennaio 2018

Il Centro Nazionale Sangue in aiuto al Salvador per un sistema sangue sicuro

Ha già dato un primo risultato la ‘spedizione’ del Centro Nazionale Sangue a San Salvador, con una delegazione che ha partecipato al corso sull’’Uso apropiado de la sangre y de los componentes sanguíneos’. Grazie anche ai consigli degli esperti italiani di AVIS è nata nel paese la prima associazione di donatori, con l’obiettivo di aumentare la percentuale di donazioni volontarie, condizione necessaria per un ‘sistema sangue’ sicuro.

Il progetto fa parte dell’iniziativa di cooperazione internazionale ‘Miglioramento della sicurezza e qualità trasfusionale in Bolivia, El Salvador e Guatemala’ realizzata dall’Organizzazione Internazionale Italo-Latino Americana (Iila) grazie al finanziamento del Ministero degli Affari Esteri, che ha l’obiettivo di aiutare i paesi a sviluppare un sistema trasfusionale efficiente e sicuro. In quest’ottica gli esperti del Centro, insieme a quelli del mondo trasfusionale e associativo italiano rappresentato da Vincenzo Saturni, past president dell’AVIS nazionale, hanno partecipato ad un corso di tre giorni in cui sono state scambiate le rispettive esperienze, e in cui gli italiani hanno introdotto alcuni concetti chiave nella medicina trasfusionale, a partire da quello di ‘patient blood management’. Questa attività si aggiunge alle visite di esperti italiani nei reparti dei paesi coinvolti e all’accoglienza in Italia di medici guatemaltechi e salvadoregni per un periodo di formazione. “Il Centro Nazionale Sangue è impegnato in diverse attività internazionali – ha spiegato il direttore Giancarlo Maria Liumbruno – che ad esempio hanno portato alla donazione di oltre 27 milioni di unità di fattori di coagulazione per i pazienti, molti dei quali pediatrici, in dieci paesi dove non erano disponibili. Anche con El Salvador la collaborazione proseguirà anche con la donazione di diversi milioni di unità internazionali di fattore VIII, messi a disposizione dalle Regioni. Oltre alle donazioni ‘materiali’ però è importante anche l’attività di formazione, in cui possiamo condividere le esperienze e le buone pratiche del nostro sistema che è uno dei più avanzati al mondo”.

 

 

MEDIRAD

 Numero 01 – Gennaio 2018

Sempre più utilizzi medici per le radiazioni, un progetto Ue sul rischio esposizione

L’uso “buono” delle radiazioni ionizzanti, in ambito diagnostico e terapeutico, è in costante aumento grazie alle tecnologie innovative, e questa tendenza è destinata a continuare, con evidenti benefici in termini di salute per la popolazione. Tuttavia questo comporta un aumento dei livelli di esposizione con conseguenti problemi di sicurezza da affrontare, dalla valutazione dei potenziali effetti sulla salute di pazienti ed operatori sanitari, allo sviluppo di nuovi strumenti per la valutazione della dose nella pratica clinica all’ottimizzazione delle pratiche radiologiche, al fine di ridurre la dose di esposizione e garantire un’adeguata protezione dalle radiazioni. Per far fronte a queste esigenze è partito il progetto MEDIRAD, finanziato dalla Comunità Europea, a cui partecipa il Centro nazionale tecnologie innovative in sanità pubblica (Tisp) e il Fast dell’Iss.

Il progetto, della durata di 4 anni, ha avuto inizio nel giugno 2017, sarà guidato da “European Institute for Biomedical Imaging Research – EIBIR (AT)” e prevede un consorzio di 33 partner provenienti da 14 paesi europei. “L’approccio multidisciplinare costituisce la forza e l’unicità di MEDIRAD che vede coinvolti gruppi di ricerca focalizzati sulla radiodiagnostica, medicina nucleare, radioterapia, dosimetria, epidemiologia, biologia, bioinformatica, modellizzazione, radioprotezione e salute pubblica”, afferma la Prof.ssa Elisabeth Cardis dell’ ISGlobal (Spagna) e coordinatore scientifico del progetto.

L’obiettivo finale di MEDIRAD è quello di rispondere a queste esigenze attraverso il consolidamento delle conoscenze scientifiche, e il miglioramento delle pratiche di radioprotezione. Per raggiungere questo obiettivo il progetto ha tre principali scopi operativi: i) migliorare la stima della dose agli organi e la sua modalità di registrazione; ii) valutare e comprendere i meccanismi alla base degli effetti dovuti ad esposizioni mediche concentrandosi, in particolare, su due risultati rilevanti per la sanità pubblica: gli effetti cardiovascolari indotti dalla radioterapia nella cura del tumore al seno e il rischio di cancerogenesi in seguito ad esami TAC in età pediatrica iii) sviluppare raccomandazioni basate sull’evidenza scientifica e su una politica di consenso volte ad ottimizzare la radioprotezione dei pazienti. E’ in quest’ultimo ambito che l’ISS, in virtù della sua lunga e consolidata esperienza nel campo dell’Assicurazione di Qualità nelle scienze radiologiche, è stato invitato a partecipare a MEDIRAD e darà il suo contributo.

“Questo progetto contribuirà ad ottenere stime di rischio del danno cardiovascolare indotto da radiazioni più accurate, in modo da sostenere la prevenzione primaria e secondaria”, afferma il Prof. Guy Frija dell’ Université Paris Descartes (Francia) e coordinatore clinico del progetto.

Un milione di pazienti con demenza in Italia

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 Numero 01 – Gennaio 2018

Un milione di pazienti con demenza in Italia, in Iss convegno su come curarli

Sono 46 milioni le persone che solo nel 2015 hanno ricevuto una diagnosi di demenza.

E questo numero, secondo le stime del Wolrld Alzheimer Report 2015: The Global Impact of Dementia, è destinato pericolosamente a crescere, con una previsione per il 2050 che potrebbe arrivare a toccare i 131, 5 milioni. Nel nostro Paese sono invece 1 milione i pazienti affetti da demenze e 3 milioni i familiari che vivono con loro.

Una planetaria, preoccupante fotografia, dunque, che riguarda in particolar modo i paesi in via di sviluppo e che in questi anni è diventata un’emergenza prioritaria in ambito di sanità pubblica tanto da spingere l’Organizzazione Mondiale della Sanità a presentare, nel maggio 2014, il primo Piano Mondiale delle Demenze.

Nel 2014 l’Italia, attraverso il proprio piano nazionale, ha ridenominato le Unità di Valutazione Alzheimer (UVA) come “Centri per Disturbi Cognitivi e Demenze (CDCD)” con l’intento di organizzarli insieme agli altri Sevizi sanitari e socio sanitari per migliorare e favorire non solo una gestione integrata ma anche una serie di percorsi assistenziali dedicati.

L’argomento è stato al centro dell’XI Convegno “Il contributo dei centri per i disturbi cognitivi e le demenze nella gestione integrata dei pazienti” che si è svolto presso l’Istituto Superiore di Sanità il 23 e 24 novembre scorsi.

Un’occasione che ha permesso anche di illustrare le numerose, importanti iniziative messe in atto a livello nazionale e internazionale e che vanno dal consolidamento della fase pilota di costruzione e test del “Global Dementia Observatory”, (al quale hanno peraltro collaborato ISS e  Ministero della Salute ed il cui lancio è stato presentato a Ginevra lo scorso dicembre), alla partecipazione dell’Italia alla Joint Action europea ‘Act on dementia’ e  ai tre work packagese:  “Diagnosis and post diagnostic support”, “Dementia friendly communities” e “Crisis and care coordiantion” per il quale l’Italia attraverso  l’Iss è anche  co-coordinatrice.

L’Istituto è inoltre presente al tavolo di monitoraggio per i Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali (PDTA) che nell’ambito della sua attività ha stilato  le “Linee di indirizzo per i Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali” e le “Linee di indirizzo per l’uso dei Sistemi Informativi per caratterizzare il fenomeno delle demenze”; due importanti documenti che una volta recepiti a livello regionale, consentiranno di attivare una serie di rilevanti iniziative volte a migliorare la qualità dell’assistenza ai pazienti e ai loro familiari.

Va infine ricordato che su questo emergente tema l’Istituto Superiore di Sanità sta organizzando  al suo interno, dal 22 al 26 gennaio p.v., il primo corso dedicato ai “percorsi diagnostico terapeutici assistenziali per le demenze”.

 

 

Tubercolosi

 Numero 01 – Gennaio 2018

Tubercolosi: studio ISS individua uno dei meccanismi con cui il micobatterio neutralizza le difese immunitarie

 Pubblicata su Plos Pathogens, la ricerca getta basi per nuovi approcci terapeutici contro la malattia.

Un gruppo di ricercatori dell’ISS ha pubblicato sulla rivista Plos Pathogens uno studio in cui è stato individuato un nuovo meccanismo attraverso cui il Mycobacterium tuberculosis (Mtb) è in grado di sfuggire al sistema immunitario. In particolare, è emerso che una piccola molecola di RNA non codificante – miR-155 – blocca l’espressione di ATG3, una proteina importante per la distruzione del Mtb da parte della cellula infetta. Questa proteina è, infatti, coinvolta in un processo cellulare chiamato autofagia che ha il compito di degradare e distruggere microrganismi patogeni oltre a organelli intracellulari danneggiati. L’induzione di miR-155 nella cellula infettata da Mtb, bloccando l’autofagia, non consente l’attivazione di una corretta risposta immunitaria e, quindi, l’eliminazione del micobatterio. Tali risultati confermano studi precedenti pubblicati sempre dal gruppo di Eliana M. Coccia, primo ricercatore del reparto di Immunologia del Dipartimento di Malattie Infettive (ISS), secondo cui Mtb sovverte la risposta immunitaria bloccando l’autofagia e quindi la sua degradazione.

”Aver dimostrato che piccole molecole di RNA come miR-155 siano in grado di alterare profondamente la risposta contro questo patogeno – spiega Eliana M. Coccia – apre la strada a nuove strategie terapeutiche mirate a potenziare il processo autofagico”.

La ricerca nasce come progetto multicentrico che coinvolge come capofila l’ISS oltre al team di Gian Maria Fimia presso l’Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” ed il gruppo di Riccardo Manganelli presso l’Università di Padova. Questo studio, oltre a descrivere un nuovo meccanismo alla base della malattia, getta le basi per lo sviluppo di nuovi approcci terapeutici per “riparare” il processo autofagico nelle cellule infette attraverso l’utilizzo di molecole antagoniste del miR-155 ovvero di antagomiR-155.

“Una possibile strategia anti-tubercolare basata sull’antagomiR-155 – aggiunge Marilena P. Etna, giovane ricercatrice del team ISS – rientrerebbe inoltre tra gli approcci ‘host-directed’, che hanno come vantaggio quello di intervenire su un meccanismo cellulare dell’ospite e non direttamente su Mtb, rendendo così il patogeno incapace di sviluppare una resistenza verso tale terapia”.

”Non è pertanto inverosimile immaginarsi che, in un futuro non troppo lontano, le terapie basate su antagomiR, già sperimentate in campo oncologico e per alcune malattie croniche, possano rappresentare una nuova soluzione anche per la lotta contro questo batterio magari in combinazione con le attuali terapie antibiotiche”, conclude Eliana M. Coccia.

Questo studio è stato possibile grazie ai finanziamenti del Ministero della Salute (RF-2010-235199).

 http://journals.plos.org/plospathogens/article?id=10.1371/journal.ppat.1006790

PLoS Pathog. 2018 Jan 4;14(1):e1006790. doi: 10.1371/journal.ppat.1006790. [Epub ahead of print]

  1.  Dipartimento Malattie Infettive, Istituto Superiore di Sanità, Roma, Italia
  2. Dipartimento di Medicina Molecolare, Università di Padova, Italia
  3. Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione, Università di Padova, Italia
  4. Dipartimento di Scienze Chirurgiche, Oncologiche e Gastroenterologiche, Università di Padova, Italia
  5. Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani”, Padova, Italia
  6. Dipartimento di Patologia, Harvard Medical School, Boston, Stati Uniti d’America
  7. Dipartimento di Scienze e tecnologie biologiche ed ambientali, Università del Salento, Lecce, Italia

Per informazioni alla stampa:

 

Ufficio Stampa Istituto Superiore di Sanità

Tel. 06 49906601

ufficio.stampa@iss.it

www.iss.it

Autismo, studio ISS conferma ruolo dei retrovirus umani nelle cause e nello sviluppo della malattia

 Numero 01 – Gennaio 2018

Autismo, studio ISS conferma ruolo dei retrovirus umani nelle cause e nello sviluppo della malattia

I Retrovirus umani endogeni (HERV) sempre più coinvolti nell’eziopatogenesi dei disturbi del neurosviluppo quali l’autismo. Lo conferma uno studio condotto in collaborazione tra l’università di Tor Vergata e un gruppo di ricercatori del Centro di riferimento per le scienze comportamentali e la salute mentale dell’ISS e pubblicato su Scientific Reports.

I Retrovirus umani endogeni, sequenze di DNA residue di antiche infezioni retrovirali verificatesi nel corso dell’evoluzione, non si comportano da agenti patogeni ma   studi recenti hanno rivelato la loro possibile implicazione nello sviluppo di tumori e di patologie neurologiche e psichiatriche.

Lo studio dell’ISS rafforza l’ipotesi di un potenziale ruolo degli HERV nei disturbi del neurosviluppo. Lo studio sperimentale, infatti, riporta dati relativi all’espressione di retrovirus endogeni in due diversi modelli di topi con disturbi dello spettro autistico. Risultano significativamente aumentati i livelli di espressione dei retrovirus endogeni a livello plasmatico, quindi nel sangue, ma ancor più a livello cerebrale. Il significativo incremento dell’espressione dei retrovirus è evidente a partire dalla fase embrionale e permane fino allo stadio adulto. Le diverse famiglie di ERV presenti nel genoma dei mammiferi, infatti, funzionano come dei veri e propri regolatori che attivano l’espressione di geni in selezionati tessuti soprattutto durante lo sviluppo embrionale e dovrebbero successivamente provvedere al loro spegnimento. E’ possibile che il permanere in uno stato di attivazione di queste sequenze di DNA sia associato a anomalie nello sviluppo del cervello e del comportamento. Parallelamente all’aumento dell’espressione degli HERV nel sangue e a livello cerebrale, è stato anche osservato un incremento di marcatori neuroinfiammatori.

Questo studio conferma e rafforza una precedente ricerca (Balestrieri et al. HERVs expression in Autism Spectrum Disorders, PlosOne 2012) che riscontrava in bambini con autismo un aumento di HERV nel sangue, ipotizzando che potessero essere considerati dei marcatore periferico utili alla diagnosi di questa patologia.

 High expression of Endogenous Retroviruses from intrauterine life to adulthood in two mouse models of Autism Spectrum Disorders

 Chiara Cipriani1, Laura Ricceri2, Claudia Matteucci1, Alessia De Felice2, Anna Maria Tartaglione2, Ayele Argaw-Denboba1, Francesca Pica1, Sandro Grelli1, Gemma Calamandrei2, Paola Sinibaldi Vallebona1 & Emanuela Balestrieri1

1 Department of Experimental Medicine and Surgery, University of Rome Tor Vergata, Via Montpellier 1, Rome,

00133, Italy; 2 Centre for Behavioural Sciences and Mental Health, Istituto Superiore di Sanità, Rome, Italy

Scientific Reports  www.nature.com/articles/s41598-017-19035-w

Rosolia pericolosa in gravidanza, ma poche straniere si vaccinano

dai Centri e Dipartimenti

Numero 07 – ottobre 2017

Rosolia pericolosa in gravidanza, ma  poche straniere si vaccinano

I programmi vaccinali rappresentano uno strumento di prevenzione pro-attiva essendo, più di altri, in grado di contrastare le disuguaglianze sociali di accesso ai servizi. Tuttavia, per quanto riguarda la vaccinazione antirubeolica nelle donne in età fertile si osserva tra le immigrate un tasso di immunizzazione molto più basso rispetto a quello delle italiane. In questo caso, però, il problema non sembra legato alle disuguaglianze sociali ma a barriere culturali e di accesso alle informazioni. Sono queste le conclusioni dell’articolo “Comparison of rubella immunization rates in immigrant and Italian women of childbearing age: results from the Italian behavioral risk factors surveillance system PASSI (2011-2015)” scritto da alcuni ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) a partire dai dati della sorveglianza PASSI e pubblicato sulla rivista PlosOne a ottobre 2017.

I dati Passi 2011-2015 su un campione di donne in età fertile comprensivo di 41.094 italiane e 3140 straniere residenti in Italia, mostrano differenze significative nei tassi di immunizzazione contro la rosolia fra i due gruppi: dal 60% fra le italiane, la percentuale quasi si dimezza (36%) tra le immigrate. Inoltre, tra queste ultime risultano particolarmente bassi i tassi di immunizzazione fra le donne di recente immigrazione (meno di 5 anni, 30%) e nelle donne provenienti dai Paesi ad alta pressione migratoria dell’Africa Sub Sahariana e dell’Asia (27%).

Queste differenze rimangono evidenti anche quando si confrontano i due gruppi (immigrate e italiane) a parità di altre condizioni: demografiche (sesso, età e area di residenza), socio-economiche (istruzione, occupazione, composizione del nucleo familiare e stato economico) e comportamentali (inattività fisica nel tempo libero, abitudine al fumo di sigaretta, consumo eccessivo di alcol ed eccesso ponderale).

«Il lavoro» racconta Gianluigi Ferrante (ISS, uno degli autori dello studio) «stima la percentuale di donne in età fertile immunizzate contro la rosolia, confronta il tasso di immunizzazione tra le immigrate e le italiane, e studia i determinanti alla base delle eventuali differenze tra questi valori. Fino ad oggi, in Europa, non erano ancora stati pubblicati studi di popolazione in grado di fornire questo tipo di informazioni».

La rosolia è una malattia infettiva comune nell’infanzia. Nonostante sia generalmente benigna per i bambini, quando viene contratta in età adulta da una donna incinta soprattutto nel primo trimestre di gravidanza, può essere trasmessa verticalmente dalla madre al figlio (rosolia congenita), provocando gravi conseguenze per il feto, come: aborto spontaneo, morte intra-uterina, gravi malformazioni fetali o altre manifestazioni (difetti della vista, sordità, malformazioni cardiache e ritardo mentale nel neonato). La vaccinazione antirubeolica rappresenta uno degli strumenti più efficaci per la prevenzione della rosolia congenita.

«Dal momento che in Italia il test per controllare lo stato di immunizzazione per la rosolia e il vaccino antirubeolico sono offerti universalmente e gratuitamente, a prescindere dalla cittadinanza e dallo stato migratorio» continua Ferrante «i risultati di questo studio lasciano pensare che il più basso tasso di immunizzazione registrato tra le donne straniere possa dipendere da barriere informali, quali quelle culturali e di accesso alle informazioni».

Queste evidenze dovrebbero orientare la progettazione di ulteriori studi, qualitativi e quantitativi, al fine di individuare gli ostacoli e promuovere adeguatamente le strategie di accesso all’immunizzazione contro la rosolia tra le donne immigrate.

Influenza in gravidanza mette a rischio mamma e bimbo, ma solo 2% si vaccina

Dai Centri e Dipartimenti

Numero 07 – Ottobre 2017

Influenza in gravidanza mette a rischio mamma e bimbo, ma solo 2% si vaccina

 

Avere l’influenza o la pertosse nei primi mesi di vita può essere molto pericoloso, e il modo migliore per proteggere il bambino è vaccinarsi durante la gravidanza, una pratica sicura. Lo ricorda, in concomitanza con l’avvio della stagione influenzale, Caterina Rizzo, medico epidemiologo del reparto di Epidemiologia, Sorveglianza e Modelli Matematici del Dipartimento di Malattie Infettive.

Per quanto riguarda l’influenza, i cambiamenti nel sistema immunitario, nel cuore e nei polmoni durante la gravidanza rendono la donna più suscettibile ad avere forme gravi della malattia, al punto che ad esempio uno studio condotto in Nuova Zelanda ha stimato il rischio di ricovero in cinque volte maggiore per le gestanti non vaccinate. Anche le complicazioni del parto aumentano nelle donne che hanno avuto l’influenza in gravidanza, ad esempio sale di quattro volte il rischio di parto pretermine e di cesareo. Il vaccino protegge invece sia la mamma, riducendo il rischio di ricovero almeno del 50%, che il bambino, riducendo significativamente i casi di malattia e di otite nei primi due mesi di vita. Diverse ricerche, fra cui una pubblicata proprio dall’Iss sulla rivista Vaccine nel 2015, hanno dimostrato la sicurezza in tutti i trimestri di gravidanza, anche se da noi viene consigliato nel secondo e nel terzo. La pratica è abbastanza diffusa ad esempio negli Usa e in Gran Bretagna, dove secondo il Cdc americano e l’ECDC Europeo circa metà delle donne incinte si protegge, mentre in Italia i dati di copertura mostrano che meno del 2% (pari a circa 3500 donne).delle donne al secondo e terzo trimestre di gravidanza all’inizio della scorsa stagione infuenzale 2016/2017 si sono vaccinate.

L’altra ‘coccola’ possibile per il proprio figlio prima che nasca è il vaccino per la pertosse, che da noi è inserito nel trivalente dTap con tetano e difterite, che come quello per l’influenza protegge anche il bebè quando è ancora troppo piccolo per il vaccino dell’infanzia. I bambini nati da madri vaccinate, in Inghilterra, hanno, nelle prime settimane di vita, una riduzione del 91% del rischio di contrarre la malattia rispetto ai loro coetanei non vaccinati. L’ultimo studio, condotto negli USA, che ne prova l’efficacia è stato pubblicato da Clinical Infectious Diseases poche settimane fa, ed ha dimostrato che se fatta nel terzo trimestre la vaccinazione riduce del 78% il rischio che il bimbo si ammali di pertosse e di conseguenza delle sue complicanze, nei primi due mesi di vita. La vaccinazione in Italia, secondo quanto previsto dal Piano Nazionale di Prevenzione vaccinale 2017-2019, è raccomandata e gratuitamente offerta a tutte le donne idealmente alla 28° settimana e va ripetuta ad ogni gravidanza.

Uniti per affrontare la fragilità dell’anziano

dai Centri e Dipartimenti

Numero 07 – ottobre 2017

Uniti per affrontare la fragilità dell’anziano in Europa

al via il sito web della Join Action Advantage di cui l’ISS è partner

Accrescere la comprensione, aumentare la prevenzione, migliorare la gestione a livello Europeo della fragilità, la principale condizione associata alla disabilità e alla perdita di autosufficienza negli anziani. Questi gli obiettivi della prima Joint Action (JA) dell’Unione Europea sulla fragilità, denominata ADVANTAGE, di cui l’ISS è tra i partner per l’Italia.

“Il lancio del sito web dedicato www.advantageja.eu è una tappa fondamentale nell’attuazione delle attività della JA ADVANTAGE – dice Lucia Galluzzo, responsabile scientifico ISS della JA – . Il sito rappresenta lo strumento cardine per accrescere la consapevolezza in materia di fragilità, una condizione che ha pesanti ricadute non solo a livello individuale ma anche sulla sostenibilità economica dei sistemi socio-sanitari dei Paesi europei”. Il sito ADVANTAGE è indirizzato ai professionisti socio-sanitari, ai decisori politici, ai responsabili della pianificazione sanitaria e a tutti coloro che sono coinvolti nell’assistenza e nella cura degli anziani, compresi i semplici cittadini direttamente o indirettamente interessati alla prevenzione e alla gestione della fragilità.  Grazie ad un piacevole layout, il sito ADVANTAGE JA www.advantageja.eu è facile e veloce da navigare. Contiene informazioni generali sugli obiettivi, le attività e i risultati della Joint Action (JA). Illustra i motivi per cui è importante affrontare la fragilità e fornisce informazioni sui partner del Consorzio. Sul sito verranno tempestivamente resi disponibili i risultati conseguiti, le ultime attività, le notizie e gli eventi riguardanti la JA. Oltre alle informazioni sulle azioni intraprese e in corso nell’ambito della JA, il sito rappresenta uno strumento utile per rimanere aggiornati sullo stato dell’arte più attuale e sulle proposte più innovative in tema di fragilità.

La JA ADVANTAGE mira a uniformare la concezione di fragilità a livello europeo, così da creare un approccio comune e condiviso per la prevenzione e la gestione dell’anziano fragile, o a rischio di diventarlo, sia a livello individuale che di popolazione.

Le attività della JA ADVANTAGE hanno avuto inizio lo scorso gennaio e avranno la durata di tre anni, con la partecipazione di 22 Stati Membri, rappresentati da 35 organizzazioni. La fragilità interessa oltre il 10% degli ultrasessantacinquenni europei (circa il 40% in uno stato di pre-fragilità) e frequentemente anticipa l’insorgenza della disabilità. Pur essendo così diffusa nella popolazione anziana, la fragilità non rappresenta una condizione intrinseca dell’invecchiamento, può essere prevenuta e, a differenza della disabilità, può essere reversibile. Per tale motivo, a livello di salute pubblica, è fondamentale sviluppare una strategia comune a tutti gli Stati Membri per la prevenzione, la diagnosi precoce, il monitoraggio e la gestione integrata della fragilità, basata sull’evidenza scientifica e sulle esperienze pregresse.

ON LINE LE LINEE GUIDA PER LA PREVENZIONE DELLE COMPLICANZE IN GRAVIDANZA

dai Centri e Dipartimenti

Numero 07 – ottobre 2017

On Line le Linee Guida per la prevenzione delle complicanze in gravidanza

Prevenire e fronteggiare le più frequenti e importanti cause di mortalità e morbosità materna nel nostro Paese, quali l’emorragia del post partum, la sepsi, i disordini ipertensivi della gravidanza e l’influenza.

Questo lo scopo con cui il Tavolo tecnico multidisciplinare, istituito presso AGENAS su mandato del Ministro della Salute e composto da rappresentanti del Ministero della Salute, dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e delle Società Scientifiche di settore, ha elaborato le “Linee di indirizzo clinico-organizzative per la prevenzione delle complicanze in gravidanza, disponibili on line.

La scelta delle condizioni cliniche analizzate dal documento delle linee di indirizzo è maturata dalla conoscenza e dalle analisi prodotte dal sistema di sorveglianza ostetrica tra Istituto Superiore di Sanità e Regioni.

Un linkage tra certificati di morte e schede di dimissione, ha stimato tra il 2006 e il 2012 un rapporto di mortalità materna pari a 9 decessi ogni 100.000 nati vivi ed ha evidenziato su 100 donne morte a seguito di complicazioni ostetriche, 43 decessi per emergenza emorragica e 21 per disordini ipertensivi. La sorveglianza attiva dei casi incidenti, attivata nel 2013, ha inoltre permesso di rilevare un aumento della frequenza delle morti materne dovute a sepsi, una condizione emergente in molti paesi ad avanzato sviluppo economico (gravata da una alta letalità) e 5 casi di morti materne da influenza, riferiti a donne che non avevano effettuato vaccinazione antinfluenzale.

Il documento raccoglie una serie di raccomandazioni evidence based prendendo in esame alcune tra le principali emergenze ostetriche nel nostro Paese, rappresentando così un prezioso strumento di supporto per i professionisti sanitari del cosiddetto percorso nascita. Le linee guida sono infatti parte della serie di attività di formazione continua rivolte ai professionisti del percorso nascita, coordinata dall’Italian Obstetric Surveillance System (ItOSS) un sistema di sorveglianza, finanziato dal Ministero, che analizza i dati su mortalità e grave morbosità materna in 10 Regioni italiane (coprendo il 77% dei nati in Italia) e mette a  disposizione di decisori, professionisti sanitari e cittadini conoscenze utili a migliorare la qualità delle attività di assistenza alla nascita.

In Europa 4 milioni di trasfusioni l’anno

Numero 06 – Settembre 2017

In Europa 4 milioni di trasfusioni l’anno

In Europa ci sono ogni anno 4 milioni di trasfusioni, circa 30mila trapianti d’organo e 500mila di tessuti e cellule, dalle staminali alle valvole cardiache, a cui si aggiungono 800mila donazioni di cellule per le tecnologie di fecondazione assistita. Tutti questi trattamenti dipendono da volontari, fra cui 13 milioni di donatori di sangue e plasma e 200mila di organi e tessuti. Lo sottolinea la Commissione Ue, che ha messo in campo una serie di iniziative per la selezione dei donatori e la protezione dei riceventi a cui partecipano i centri dedicati dell’Istituto.

Il primo passo nella raccolta è il reclutamento e la selezione dei donatori, di cui deve essere garantita la dignità e il benessere. “Chiaramente – si legge in documento della Commissione – quando si fa la selezione dei donatori sono i rischi del ricevente a giocare un ruolo preminente”.

Nonostante il tema sia oggetto di diverse direttive, oltre che di raccomandazioni e linee guida, l’implementazione dei singoli Stati membri ha portato a politiche diverse sull’eleggibilità dei donatori, con la conseguenza che i tassi di sospensione e respingimento dei donatori variano grandemente tra i diversi paesi. Per questo, fra i progetti dedicati al tema, c’è Transpose (TRANSfusion and transplantation: PrOtection and SElection of donors) di cui si è appena tenuto il kick off meeting, a cui partecipa anche il Centro Nazionale Sangue. Lo scopo è fare il punto sulle pratiche correnti dei singoli paesi, e conseguentemente mettere insieme una serie di principi e linee guida per uniformare le procedure.