Dipartimento Malattie Infettive

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Dipartimento Malattie Infettive

Giovanni Rezza. Affrontare le emergenze infettive e monitorare il rischio

Combattere le malattie infettive con una strategia di aggressione a 360 gradi. È questa la missione fondamentale del nuovo Dipartimento Malattie Infettive (MINF).
Nuovi micro-organismi emergono da serbatoi animali e trovano i modi per diffondersi sempre più velocemente, mentre al contempo vecchie malattie infettive che si pensavano destinate a scomparire riemergono e minacciano di nuovo la salute degli individui e delle comunità. Il Dipartimento è sempre coinvolto durante le emergenze sanitarie e rappresenta un riferimento per l’individuazione e il monitoraggio della circolazione di virus e batteri.
Globalizzazione, mobilità umana, trasporto veloce, deforestazione, urbanizzazione, allevamenti intensivi aumento delle popolazioni fragili, abuso di antibiotici e altri fattori iatrogeni, come ad esempio le pratiche invasive frequenti in alcuni reparti ospedalieri, sono tutti fattori che aumentano il rischio di comparsa e diffusione delle malattie infettive.
Il MINF è il riferimento nazionale e sovranazionale riconosciuto da ECDC e/o OMS per una serie di malattie batteriche, virali e parassitarie, e si attiva per condurre indagini su focolai epidemici in Italia e nei paesi dell’area del mediterraneo sotto l’egida dell’UE. Dall’antibiotico-resistenza ai patogeni speciali, alle malattie prevenibili da vaccini, le malattie trasmesse sessualmente o attraverso il sangue, malattie trasmesse da vettori e quelle a trasmissione oro-fecale, ma anche ricerca sulle malattie neglette e della povertà: sono queste alcune delle sfide che il MINF si trova oggi ad affrontare attraverso epidemiologi, microbiologi, parassitologi ed entomologi, immunologi nonché tematiche inerenti a comunicazione e counseling nelle infezioni a trasmissione sessuale. Dalla sorveglianza nazionale dei casi di HIV/AIDS all’influenza, dalle meningiti alla tubercolosi o al virus Zika, dalla malaria all’echinococcosi, tanto per fare alcuni esempi, il MINF è leader a livello nazionale e internazionale.
Se le azioni di sorveglianza e controllo condotte a livello nazionale, rappresentano la spina dorsale del dipartimento, le attività di ricerca sperimentale e traslazionale costituiscono un elemento essenziale nella lotta contro le malattie infettive e una solida base per la centralità del MINF nell’ambito del SSN.

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Dipartimento Neuroscienze

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Dipartimento Neuroscienze

Maurizio Pocchiari. Dalla prevenzione alla diagnosi precoce la ricerca per le malattie neurologiche

Promuovere attività di ricerca nel campo delle malattie neurologiche con l’obiettivo di approfondirne i meccanismi, individuare procedure per una diagnosi precoce e per lo screening di soggetti a rischio e promuovere terapie preventive. Un obiettivo direttamente collegato con i bisogni del SSN che è chiamato a rispondere a un’emergenza che, secondo le stime del World Alzheimer Report conta 46,8 milioni di persone che convivono con qualche forma di demenza, una cifra destinata a raddoppiare ogni 20 anni. Con la nuova organizzazione dell’ISS, l’attività del dipartimento è indirizzata a svolgere ricerche che possano essere trasferite più rapidamente al SSN e quindi al paziente neurologico, in collaborazione con gli IRCCSS neurologici, le cliniche neurologiche universitarie e ospedaliere e le associazioni di pazienti.
Il dipartimento svolge studi sui marcatori di malattie come l’Alzheimer, il Parkinson, la sclerosi laterale amiotrofica e le malattie da prioni e sui meccanismi eziopatogenetici e sul coinvolgimento di fattori ambientali nelle patologie demielinizzanti (sclerosi multipla e leucodistrofie). Il dipartimento promuove anche ricerche nell’ambito biostatistico per il disegno e l’analisi di studi sperimentali, clinici ed epidemiologici. Si intende promuovere studi clinici e metodologici per migliorare la qualità e la risposta dei trial clinici attraverso una più accurata selezione dei farmaci sperimentali e un’ottimizzazione dei disegni sperimentali e del monitoraggio delle evidenze accumulate al fine di raggiungere i più elevati standard scientifici ed etici. Tra i compiti anche la sorveglianza obbligatoria della malattia di Creutzfeldt-Jakob sul territorio nazionale e coordina l’attività di controllo per prevenire la trasmissione delle malattie da prioni attraverso prodotti biologici di origine umana e animale.

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Dipartimento Malattie Cardiovascolari Dismetaboliche e dell’Invecchiamento

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Dipartimento Malattie Cardiovascolari Dismetaboliche e dell’Invecchiamento

Simona Giampaoli. Promuovere la longevità in salute

“La promozione della salute e della longevità della popolazione attraverso il supporto al sistema sanitario in tutte le attività legate a prevenzione, diagnosi e terapia delle malattie associate all’invecchiamento, delle patologie cardiovascolari, delle patologie endocrino-metaboliche e immunomediate, che nel loro insieme, costituiscono l’area a maggior impatto in termini di morbosità, invalidità e mortalità per la popolazione mondiale”. Questa è la missione del nuovo Dipartimento delle Malattie cardiovascolari, dismetaboliche e dell’invecchiamento che si realizza attraverso la ricerca eziologica, traslazionale, clinica, epidemiologica e di innovamento tecnologico.
Sono presenti expertise multidisciplinari attive su tematiche diverse: salute pubblica, promozione dell’invecchiamento “in salute”, predizione e prevenzione della cronicità e multimorbilità, che prevedono l’utilizzo e la interconnessione di dati provenienti da diverse fonti di informazione, dai registri di popolazione agli osservatori, all’insieme dei dati raccolti attraverso algoritmi di segnali cardiaci di superficie ed endocavitari, dagli studi longitudinali di popolazione generale riguardanti aspetti comportamentali, ambientali e genetici, supportate da banca biologica, agli studi sperimentali.
Questo Dipartimento è quindi un enorme laboratorio che raggruppa molte linee di attività: la ricerca di fattori di rischio e nuovi biomarcatori, la valutazione di nuovi approcci terapeutici nelle malattie cardiovascolari, nelle malattie immunomediate, nelle patologie tiroidee, nel diabete, nelle patologie della visione, la fisiopatologia dell’apparato muscoloscheletrico, della disabilità e del danno motorio.
Un contributo importante a supporto del SSN è quello dello sviluppo, applicazione, valutazione e gestione dell’innovazione delle tecnologie in relazione ai temi indicati, come pure il contributo alle attività nazionali ed internazionali in materia di regolamentazione delle tecnologie sanitarie di interesse.
Formazione e informazione costituiscono azioni strategiche nelle varie aree di attività del dipartimento, per diffondere conoscenza ed evidenze scientifiche ai decisori, agli operatori, ai cittadini, per tutelare e promuovere la salute e l’invecchiamento in salute.

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Dipartimento Ambiente e Salute

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Dipartimento Ambiente e Salute

Eugenia Dogliotti. Tutelare l’ambiente per tutelare la salute pubblica

I temi della riduzione dei fattori di rischio associati al nostro stile di vita e della promozione della salute sono centrali per il Dipartimento Ambiente e Salute (DAMSA).
Il raggiungimento di questo obiettivo avviene attraverso attività di ricerca e di sperimentazione multidisciplinare tesa all’identificazione dei fattori di rischio ambientali e sociali e alla comprensione dei meccanismi che portano dall’esposizione all’insorgenza della malattia per raggiungere come goal primario la promozione di una vita sana. Il Dipartimento Ambiente e Salute cattura nella sua missione il cambiamento concettuale legato alla conoscenza di come livelli bassi di esposizioni comuni possano contribuire allo sviluppo di malattie molto diffuse. Sono quindi obiettivi primari del dipartimento sia la comprensione dei meccanismi di risposta agli agenti ambientali nocivi e dei loro effetti sulla salute che la sorveglianza della popolazione con studi di monitoraggio ambientale, biomonitoraggio e indagini epidemiologiche al fine di identificare misure di prevenzione primaria, riduzione e comunicazione dei rischi. Obiettivi specifici includono studiare i processi biologici che sono alla base delle malattie complesse e il ruolo di esposizioni ambientali multiple, investire nell’analisi della natura multifattoriale dei rischi per la salute con particolare riferimento alle fasce più vulnerabili della popolazione, trasformare la ricerca sull’esposizione ambientale considerando tutte le esposizioni legate all’ambiente di vita nel corso della nostra vita e dare alla valutazione dell’esposizione un ruolo centrale nel disegno degli studi sulla salute, condurre la valutazione del rischio di contaminanti ambientali e affrontare problematiche ambientali emergenti sia locali che globali per contribuire allo sviluppo di politiche di salute ambientale che promuovano il benessere della popolazione.

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Dipartimento Oncologia e Medicina Molecolare

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Dipartimento Oncologia e Medicina Molecolare

Mauro Biffoni. La ricerca di nuovi bersagli terapeutici contro i tumori

Il Dipartimento di Oncologia e Medicina Molecolare (OMM) è composto da circa 100 ricercatori, collaboratori e operatori, cui si aggiungono studenti universitari, dottorandi di ricerca, giovani ricercatori in formazione che fruiscono di borse di studio nell’ambito di progetti di ricerca, e personale di altri enti con cui esistono accordi di collaborazione. Il Dipartimento svolge per gli argomenti di propria competenza funzioni sia di ricerca che di consulenza, controllo, supporto alle attività di regolamentazione e formazione.
L’attività di ricerca è focalizzata sullo studio dei tumori, dell’ematologia e delle basi genetiche delle malattie in continuità con la precedente organizzazione che ha permesso di realizzare oltre 200 pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali nel quinquennio 2011-2015. Per quanto riguarda i tumori sono oggetto di ricerca sia quelli di maggior rilevanza sociale per la loro frequenza, come il carcinoma del polmone, del colon-retto, della prostata, dell’ovaio, sia alcuni meno frequenti come il glioblastoma, le leucemie o i sarcomi. Speciale attenzione è posta nell’individuazione di nuovi bersagli terapeutici che consentano di aumentare l’efficacia delle terapie esistenti e all’individuazione di marcatori molecolari diagnostici e predittivi della risposta alle terapie. In questo ambito viene anche studiata la possibilità di utilizzare come antineoplastici farmaci che sono stati sviluppati per altre patologie.
A compimento degli studi preclinici, in particolare nel campo della immunoterapia dei tumori, il Dipartimento partecipa anche alla sperimentazione clinica. Lo studio dell’epidemiologia dei tumori è condotto sia in ambito nazionale che internazionale e include la valutazione di coorti molto ampie di popolazione per periodi di tempo anche molto lunghi, nonché la partecipazione ai lavori dei registri tumori.
Gli studi relativi all’ematologia ed alla genetica si estendono anche oltre l’ambito oncologico e riguardano ad esempio l’ematopoiesi normale e le malattie genetiche rare.
In aggiunta alle attività di ricerca, il Dipartimento fornisce esperti per le valutazioni ed estensioni di pareri di natura tecnico-scientifica richiesti da organismi nazionali o internazionali come il Ministero della Salute, l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) o la European Medicine Agency (EMA). Appartengono a questo ambito le valutazioni dei dossier di farmaci emoderivati; di farmaci di nuova istituzione, in particolare nel settore oncologico ed ematologico; la valutazione delle domande di autorizzazione alla sperimentazione animale.

Dipartimento Sicurezza Alimentare, Nutrizione e Sanità Pubblica Veterinaria

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Dipartimento Sicurezza Alimentare, Nutrizione e Sanità Pubblica Veterinaria

Umberto Agrimi. La sicurezza alimentare e nutrizionale e la salute degli animali a tutela della sanità pubblica
Prevenzione. Questa la parola chiave di tutte le attività svolte dal Dipartimento negli ambiti della sicurezza alimentare, della nutrizione e della sanità pubblica veterinaria. Per quanto riguarda la sicurezza alimentare, in ambito microbiologico, il Dipartimento è l’unica struttura in Italia a coprirne tutti gli ambiti: dalla microbiologia degli alimenti fino alle malattie a trasmissione alimentare, rispecchiando l’approccio “di filiera” voluto dall’Europa in questo settore e sintetizzato nella formula “dal campo alla tavola”. La nutrizione si occupa degli effetti di squilibri dietetici sulla salute. La sanità pubblica veterinaria, infine, si occupa dei tanti ambiti della medicina veterinaria che hanno riflessi sulla salute umana, in particolare della malattie trasmissibili dagli animali all’uomo (zoonosi). La presenza della veterinaria connota in maniera originale l’ISS nel panorama internazionale dei grandi istituti di sanità pubblica, in linea con quella visione ampia della salute – che comprende uomo, animali e ambiente – riassunta nel principio One health.
Le attività più rilevanti in termini strategici e su cui si basano gli obiettivi del Dipartimento sono: la ricerca, in particolare nell’ambito dei pericoli chimici e microbiologici degli alimenti, delle zoonosi emergenti e a trasmissione alimentare, delle patologie indotte da alimenti e dei meccanismi attraverso cui gli squilibri nutrizionali divengono importanti fattori di rischio per obesità e malattie cronico-degenerative; la definizione di protocolli diagnostici delle allergie ed intolleranze alimentari, il coordinamento tecnico-scientifico per il SSN e per la Commissione Europea, svolto – rispettivamente – attraverso i Laboratori di Riferimento Nazionali ed Europei presenti in Dipartimento nell’ambito della sicurezza chimica e microbiologica degli alimenti; il supporto al Ministero della Salute, al SSN e agli organismi internazionali (EFSA ed ECDC in primis) nei vari ambiti di competenza e, in particolar modo, nella valutazione del rischio in sicurezza alimentare
Grazie all’eccellente esperienza che il Dipartimento vanta nel settore delle malattie a trasmissione alimentare (MTA), presso il Dipartimento verrà realizzata la prima esperienza nazionale strutturata di One health in cui medici, veterinari, microbiologi ed epidemiologi lavoreranno assieme per la sorveglianza epidemiologica e di laboratorio delle MTA.

Pollini, inquinamento e cambiamenti climatici mettono il turbo alle allergie

Dai Centri e Dipartimenti

Pollini, inquinamento e cambiamenti climatici mettono il turbo alle allergie

Numero 01 – Marzo 2017

Alcuni inquinanti atmosferici in combinazione con i cambiamenti climatici possono indurre nei pollini un aumento del loro potenziale allergenico, costituendo un rischio per la salute respiratoria. E’ questo il risultato di uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità pubblicato di recente su Annals of Allergy, Asthma & Immunology. Gli autori hanno elaborato il concetto di potenziale allergico dei pollini (PAP) consistente in un punteggio (score) che tiene conto dei diversi parametri immunologici influenzati dalla presenza del polline nell’ambito di test in vivo (nel topo) o in vitro.

“Lo studio – afferma Claudia Afferni, ricercatore del Dipartimento di Malattie Infettive dell’ISS e autrice dello studio insieme con il Prof. Gennaro D’Amato – raccoglie per la prima volta dati che evidenziano gli effetti  di alcuni inquinanti atmosferici, quali ozono, ossido nitrico, anidride carbonica e materiali particolati derivati da traffico veicolare, e alcuni stress climatici come disidratazione o repentine variazioni di temperatura  e pressione atmosferica  su pollini di piante allergeniche. L’analisi di questi dati rivela che molti inquinanti sono in grado di indurre nei pollini un aumento nella espressione di proteine allergeniche o di sostanze dotate di attività immunomodulatoria”. Utilizzando il PAP come un ulteriore indicatore ambientale di rischio per la salute respiratoria si potrebbero individuare nuove soglie di inquinanti, rilevanti per la popolazione pediatrica predisposta geneticamente (bambini atopici).

Di particolare attualità risulta, inoltre, il dato che alcuni cambiamenti climatici possono aumentare molto rapidamente il rilascio di allergeni pollinici provocando casi improvvisi di asma allergico severo, la cosiddetta asma da tempesta”.

Un caso molto recente di questo fenomeno è stato riportato dal giornale The Guardian che ha pubblicato lo scorso novembre la notizia di un’emergenza sanitaria senza precedenti. Circa 8.500 persone in due giorni si sono presentate in pronto soccorso con sintomi gravi di asma allergica a Melbourne in Australia. Sei di queste persone sono decedute in seguito ai sintomi non controllabili. Nell’articolo del The Guardian viene riportata una intervista al Prof. Gennaro D’Amato, il maggior esperto e studioso a livello mondiale di questo fenomeno. Come spiegato nell’intervista l’asma da tempesta sembra provocata dalla liberazione massiccia nell’aria di particelle submicroniche provviste di allergeni derivanti dai pollini. I pollini infatti vengono trascinati dalle forti correnti ascensionali delle tempeste, fino alla base delle nuvole dove il grado elevato di umidità determina la rottura del granulo e la fuoriuscita delle particelle submicroniche. Subito dopo tali particelle sono velocemente trascinate a livello del suolo dalle forti correnti discensionali delle stesse tempeste. A causa del piccolo diametro le particelle submicroniche penetrano più profondamente nei polmoni rispetto al polline intero e pertanto sono in grado di provocare più facilmente attacchi di asma nei soggetti allergici.

L’ Accademia Europea per le Allergie e l’Immunologia Clinica (EAACI), stima che attualmente in Europa 30 milioni di individui tra bambini e giovani adulti di età inferiore ai 40 anni sono affetti da asma, con una prevalenza variabile nei diversi paesi europei tra 1% e 18% circa della popolazione generale. La stessa EAACI sostiene inoltre che tra meno di 15 anni più del 50% della intera popolazione europea soffrirà di qualche tipo di allergia.

Malattie della povertà, l’ISS in prima fila nel progetto Euripred per la condivisione degli strumenti e dei risultati della ricerca

Dai Centri e Dipartimenti

Malattie della povertà, l’ISS in prima fila nel progetto Euripred per la condivisione degli strumenti e dei risultati della ricerca

Numero 01 – Marzo 2017

L’Istituto Superiore di Sanità, in qualità di membro di Eatris (European infrastructure for translational medicine), aderisce ad Euripred (European research infrastruture for poverty related diseases http://www.euripred.eu/), un network di infrastrutture che collaborano tra loro con l’obiettivo di combattere, attraverso lo sviluppo e la condivisione di nuovi strumenti (vaccini, farmaci, microbicidi), le malattie della povertà: HIV/Aids, malaria, tubercolosi, epatite B e C.

Istituito nel novembre 2013, finanziato dalla Commissione Europea, coordinato dal National Institute for Biological Standards and Control (NIBSC), centro di eccellenza della Medicines & Healthcare products Regulatory Agency (Uk), Euripred raccoglie 17 enti di ricerca europei appartenenti a 10 Paesi, oltre a gruppi di scienziati in Cina, Russia, Kenia.

 

In questo ambito, l’ISS ha ricevuto un finanziamento per il contributo a due Working programme: Wp2 “Networking with other groups and projects” e Wp5 “Standardisation and harmonisation of assays”. Ha quindi partecipato attivamente sia alle attività di networking dei gruppi europei sia all’armonizzazione di due saggi molto importanti per lo studio delle malattie della povertà (Ics e Mgia), realizzata in tre Istituti europei selezionati tra cui l’ISS.

 

Fondamentale nella strategia di Euripred è il libero accesso* al materiale biologico, ai reagenti standard messi a disposizione dal NIBSC; agli audiuvanti dei vaccini e agli studi di formulazione della University of Lausanne (Svizzera); ai microarray della JPT Peptide Technologies (Germania); alle opportunità di formazione. Di particolare rilievo la produzione di reagenti, a disposizione della comunità scientifica previa richiesta (in allegato).

 

*(www.euripred.eu/free-services).

Entro il 2020 serve più plasma, al via incontri Centro Nazionale Sangue-Regioni per aumentare raccolta

Dai Centri e Dipartimenti

Entro il 2020 serve più plasma, al via incontri Centro Nazionale Sangue-Regioni per aumentare raccolta

Numero 01 – Marzo 2017

Entro il 2020 la raccolta di plasma da destinare alla produzione dei farmaci deve aumentare dell’11% per poter garantire la sostenibilità del sistema e rispondere alla domanda nazionale. Per raggiungere l’obiettivo, previsto dal Programma Nazionale Plasma e Medicinali Plasmaderivati, il Centro NazionaleSangue (CNS) ha iniziato una serie di incontri con le Regioni per stabilire le iniziative da adottare, soprattutto per quelle in forte deficit.

I medicinali plasmaderivati (Mpd) – spiega Giancarlo Maria Liumbruno, direttore generale del CNS – sono utilizzati per una serie di malattie acute e croniche, dalle immunodeficienze congenite a patologie neurologiche immunomediate all’emofilia e altri disordini congeniti della coagulazione fino alla cirrosi, e il plasma utilizzato è raccolto attraverso donazioni volontarie, anonime, gratuite e associate”.

Dai dati storici si osserva un’ampia variabilità nella quantità di plasma conferito all’industria, che poi lo lavora producendo i farmaci, dalle Regioni, con un range che varia tra i 4,8 e i 21,5 chilogrammi per mille abitanti. Anche se si guardano i singoli centri c’è una forte differenza nella raccolta, al punto che il 30% dei servizi trasfusionali è responsabile del 75% del volume di plasma inviato alle industrie. La situazione ha reso necessaria una serie di incontri tra CNS, rappresentanti delle Strutture Regionali di Coordinamento e del mondo del volontariato regionale e nazionale, specie per alcune realtà. Se per province autonome di Trento e Bolzano, Liguria, Lombardia, Piemonte, Umbria e Veneto la differenza tra quanto conferito oggi e quanto servirà nel 2020 è infatti molto bassa, con aumenti richiesti sotto il 4%, Calabria, Campania, Lazio, Puglia e Sardegna sono chiamate a far salire la raccolta del 40%. “Ci sono diverse misure che si possono adottare per aumentare la raccolta del plasma – spiega Gabriele Calizzani, esperto del CNS -. La promozione della raccolta di plasma, l’aumento del numero di donazioni all’anno, l’estensione dell’orario di apertura dei punti di raccolta, l’aumento del volume del plasma raccolto per ciascuna procedura di aferesi, la riduzione del numero di unità”.

Il Piano, approvato dalla Conferenza Stato-Regioni e pubblicato lo scorso gennaio in Gazzetta Ufficiale, stabilisce delle quote di plasma raccolto, e quindi conferito all’industria per la lavorazione, che le Regioni devono raggiungere, sulla base di un modello sviluppato a partire dai dati del periodo 2010-2014, ‘proiettati’ al 2020 tenendo conto di fattori come l’invecchiamento della popolazione che aumentano la domanda. “Sulla base di tale modello – si legge nel Piano – il volume di plasma da raccogliere nel 2020 è fissato in circa 860.000 chilogrammi, pari a 14 chilogrammi per mille abitanti, che corrisponde ad una differenza di 83.000 chilogrammi in più rispetto al 2015, pari al + 11%”.