Le plastiche sotto la lente dell’ISS: un biomonitoraggio dimostra l’esposizione continua e diffusa nella popolazione a Ftalati e Bisfenolo A

Novembre 2018

Le plastiche sotto la lente dell’ISS: un biomonitoraggio dimostra l’esposizione continua e diffusa nella popolazione a Ftalati e Bisfenolo A

La Rocca: si tratta di sostanze chimiche non persistenti e facilmente metabolizzate dall’organismo ma è consigliato ridurre l’esposizione

L’esposizione a Ftalati e Bisfenolo A è molto diffusa nella popolazione poiché si tratta di sostanze contenute in oggetti di plastica di uso comune. Sono sostanze che vengono eliminate rapidamente dall’organismo tuttavia la loro presenza è stata riscontrata in tutti i soggetti analizzati.

Lo dicono i dati scaturiti dal progetto europeo LIFE PERSUADED di cui l’Istituto Superiore di Sanità è coordinatore nella persona della Dott.ssa Cinzia La Rocca del Centro di Riferimento Medicina di Genere. Il progetto, durato 4 anni, ha avuto diversi obiettivi: a) verificare l’esposizione della popolazione infantile italiana a Ftalati e Bisfenolo A, attraverso uno studio di biomonitoraggio; b) studiare l’associazione tra esposizione a ftalati e BPA e malattie infantili quali pubertà precoce, telarca prematuro e obesità; c) valutare gli effetti di BPA e ftalati mediante uno studio sperimentale su modello animale.

Lo studio di biomonitoraggio di LIFE PERSUADED ha evidenziato che praticamente tutti i bambini e le loro madri sono esposti a Ftalati (100% dei reclutati) e a Bisfenolo A (77% dei reclutati).  Lo studio ha misurato i livelli di Ftalati e BPA nelle urine di 900 coppie madre-figlio del Nord, Centro e Sud Italia divise in zone urbane e rurali, in bambini e adolescenti di età compresa tra i 4 e i 14 anni, quale gruppo di popolazione maggiormente suscettibile e vulnerabile agli effetti di tali contaminanti. Ftalati e Bisfenolo A sono infatti interferenti endocrini, possono cioè alterare l’equilibrio ormonale degli esseri viventi soprattutto durante fasi critiche della vita come infanzia, pubertà, gravidanza.

Interlocutori di progetto importanti sono stati gli 87 pediatri del Sistema Sanitario Nazionale coinvolti per l’arruolamento dei bambini, cui sono state trasferite le informazioni sulla problematica e gli strumenti per le attività previste, durante incontri di training. A loro volta i pediatri hanno contribuito a diffondere la conoscenza della tematica presso la popolazione per promuovere la partecipazione al progetto.

I partecipanti allo studio hanno compilato un questionario sugli stili di vita e alimentari e redatto un diario alimentare relativo ai due giorni precedenti il campionamento delle urine. Attraverso l’analisi delle risposte fornite il progetto ha evidenziato indicazioni utili per la riduzione dell’esposizione, tema rilevante ai fini della prevenzione.

L’esposizione è diversa a seconda del luogo di abitazione: è maggiore al Sud per gli Ftalati sia per le madri sia per i figli. L’esposizione a BPA, invece, è maggiore al Nord nelle madri mentre per i figli è paragonabile nelle tre aree. Per entrambi, inoltre, l’esposizione a BPA è maggiore nelle aree urbane rispetto a quelle rurali.

I bambini di età compresa tra i 4 e i 6 anni presentano livelli maggiori di Ftalati e BPA.

I questionari hanno mostrato che l’uso frequente di plastica monouso e l’uso prolungato e quotidiano di giochi in plastica nei bambini sono i principali determinati associati all’esposizione a Ftalati e BPA.

LIFE PERSUADED è finanziato dal Programma Europeo Life+ (LIFE13 ENV/IT/000482) coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, con la partecipazione dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, dell’Università di Tor Vergata di Roma e dell’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa.

Dalle attività di progetto sono già scaturite iniziative e studi, quali l’istituzione della biobanca di campioni di urina e di tessuti animali, la valutazione degli effetti sul metabolismo lipidico, le proposte di nuove progettualità, che rappresentano la ricaduta e la continuità scientifica dell’intero studio in una prospettiva futura.

Ftalati e Bisfenolo A – cosa sono

Ftalati (DEHP) e Bisfenolo A (BPA) sono composti utilizzati come plasticizzanti in numerosi prodotti di uso quotidiano (contenitori per alimenti, giocattoli, cosmetici, carta termica); sono sostanze non persistenti ma molto diffusi nell’ambiente e  sono rapidamente metabolizzati nell’organismo. Sono riconosciuti interferenti endocrini e obesogeni con effetti sul sistema riproduttivo, sul neurosviluppo, sul sistema immunitario e sul metabolismo lipidico e degli ormoni tiroidei principalmente attraverso l’interazione con i recettori steroidei, tiroidei e dei perossisomi.

Laurea “honoris causa” per Walter Ricciardi alla Jefferson University di Philadelphia

Novembre 2018

Laurea “honoris causa” per Walter Ricciardi alla Jefferson University di Philadelphia

Il Presidente Walter Ricciardi è stato invitato a ricevere la Laurea “honoris causa” in “Dottore della scienza” dalla Thomas Jefferson University per i risultati raggiunti e il contributo dato (anche attraverso – si legge nell’invito – il lavoro con l’Organizzazione Mondiale della Sanità e con il Centro di Ricerca per la Salute Globale) al mondo della sanità pubblica.

L’occasione per ricevere l’onorificenza sarà il discorso di apertura che il Presidente dell’ISS è stato invitato a tenere di fronte alla platea degli studenti della Thomas Jefferson University il prossimo 22 maggio 2019 presso il Kimmel Center for the Performing Arts di Philadelphia.

Istituito nel 1824 come Jefferson Medical College, il prestigioso ateneo cominciò a conferire le lauree ad honorem nel 1840. Da allora la lista dei destinatari ha incluso personaggi illustri nel mondo della scienza, della medicina, della legge, della letteratura. Tra i più recenti: Alex Gorsky, Judith Rodin, Donna Brazile e Paul Farmer.

La violenza è la seconda causa di accesso al Pronto Soccorso per le donne

Ottobre 2018

La violenza è la seconda causa di accesso al Pronto Soccorso per le donne

Comincia tutto con un litigio o con quello che ambiguamente viene spesso definito un “raptus”, scatenato da motivi passionali, dissapori per i soldi o altro. L’aggressore è quasi sempre il partner (che a volte è già un ex), che agisce a mani nude o, comunque, con atti di violenza fisica (spesso sessuale). Complice il silenzio, la paura e le minacce che regnano dentro le mura domestiche. E’ questo il contesto che fa da sfondo ai crescenti episodi di violenza sulle donne: straniere e non, nel Nord e nel Sud del mondo, senza troppa differenza tra culture, colore della pelle, credo politico o religioso. Un fenomeno globale che, potremo dire, non guarda in faccia nessuna delle sue vittime.

E quando non sfocia in un femminicidio (819 le donne uccise tra il 2010 e il 2014 in Italia – 116 nei primi dieci mesi del 2016 – vale a dire una media di 164 vittime l’anno, cioè una donna uccisa ogni due giorni, secondo i numeri del Rapporto Eures 2015), lascia, comunque, ferite permanenti, sia fisiche che psichiche. Incluso il Post Traumatic Stress Disorder (PTSD), riscontrato a tre mesi dalla violenza nel 67,5% delle donne (vale a dire in più dei due terzi di quelle gravemente abusate, una prevalenza superiore di oltre 5 volte a quella del corrispondente gruppo di controllo di donne non vittima di violenza). E poi l’interruzione di gravidanza, l’aumento del rischio di contrarre l’HIV e altre infezioni a trasmissione sessuale, di abusare di sostanze, di cadere in depressione, in comportamenti auto-lesivi o suicidari, in disturbi alimentari e sessuali. Per non parlare dei minori vittime di abusi e maltrattamenti, testimoni della violenza sulle proprie madri, o rimasti orfani di uno e/o entrambi i genitori.

I dati del progetto REVAMP (Repellere Vulnera Ad Mulierem et Puerum), coordinato dalla sorveglianza Siniaca dell’ISS e dall’Ospedale Galliera di Genova, attestano che la violenza è per le donne la seconda causa di accesso al Pronto Soccorso (PS) e che il fenomeno è in crescita anche tra le bambine (fino a 14 anni): il 17.9% di quelle che arrivano al PS è vittima di aggressione sessuale.

Di tutto questo si è parlato nel corso del Workshop, svoltosi di recente, “Comunicare per prevenire la violenza di genere”, organizzato dal Dipartimento di Neuroscienze e dal Servizio Conoscenza e Comunicazione Scientifica dell’ISS. Workshop a cui hanno partecipato relatori e relatrici (in maggioranza donne) con competenze multidisciplinari che spaziano da quella medico-infermieristica a quella psicologica, da quella giornalistica a quella della comunicazione in generale e altro, così come multidimensionale è la violenza di genere.

Per rimanere sui numeri, l’Istat rivela che in Italia le donne tra i 16 e i 70 anni vittime di una qualche forma di violenza sono 6 milioni 788 mila. Quasi mai le violenze sono state denunciate. Gli autori, nel 62,7% dei casi sono partner, ex partner, poi amici, parenti, colleghi o datori di lavoro, conoscenti e sconosciuti. Milano e Roma le città peggiori. Il 20,2% di queste donne ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri, il 16,1% stalking.

In Europa e nel mondo le cose non vanno meglio. Nella Regione Europea dell’OMS una donna su quattro ha subìto violenza fisica o sessuale da parte del proprio partner e una su dieci da parte di qualcun altro. Il Rapporto delle Nazioni Unite The world’s women 2015 attesta che una donna su tre ha subìto una violenza fisica o sessuale nella sua vita (con percentuali che vanno dal 7 al 32% in Nord America, tra il 14 e il 38% in America Latina e nei Paesi caraibici, tra il 6 e il 64% in Africa, tra il 13 e il 46% in Europa, tra il 6 e il 67% in Asia, tra il 17 e il 68% in Australia), due su tre sono vittime del coniuge o di un parente, meno del 40% ha ricevuto un qualche tipo di aiuto.

Gli insulti online

La violenza ha tante facce, non solo quelle degli uomini che aggrediscono, ma anche quella più subdola delle parole. Sia di quelle sussurrate insistentemente, sia di quelle pubblicate in Rete, applaudite dal vasto pubblico dei social. Uno studio commissionato dal Parlamento Europeo per la Commissione sui Diritti della donna e l’uguaglianza di genere ha evidenziato che una donna su 10 in Europa ha sperimentato una qualche forma di cyber violenza fin dall’età di 15 anni.

Le mappe dell’intolleranza disegnate dallo studio VOX Osservatorio Italiano dei diritti mostrano un’Italia con un alto tasso di odio e intolleranza contro le donne che naviga in Rete: il 63% dei tweet negativi è rivolto a loro, mentre l’International Association of Internet Hotlines rivela che il materiale pedopornografico diffuso online ritrae per il 90% femmine.

Tuttavia, non si può combattere ciò che non si riesce neanche a definire: le Nazioni Unite e le istituzioni europee riconoscono l’esistenza della cyber violenza (quella perpetrata cioè attraverso i social media e Internet) e dell’hate speech (il linguaggio di odio) contro le donne, ma ancora non esistono definizioni comunemente accettate.

Nel mondo della scienza

Donna Strickland e Frances Arnold hanno da poco ricevuto rispettivamente il Premio Nobel per la fisica e per la chimica. Un evento raro che le consegna all’Olimpo davvero ristretto delle 51 donne premiate finora da quando il Nobel esiste(appena il 4% del campione), numero che scende a 18 se consideriamo solo la categoria delle scienziate. Eppure qualcosa si sta muovendo se nel programma europeo quadro Horizon 2020 sono stati delineati tre obiettivi che mirano a favorire la parità di genere:

  1. promuovere l’equilibrio di genere nei gruppi di lavoro nella ricerca per ridurre le assenze delle donne;
  2. assicurare l’equilibrio di genere nel processo decisionale per raggiungere nei panel il 40% del genere meno rappresentato e il 50% negli advisory group;
  3. aiutare a migliorare la qualità scientifica e la rilevanza sociale della conoscenza prodotta, integrando la dimensione di genere nei contenuti di ricerca e innovazione.

Inoltre, tra i progetti finanziati da Horizon 2020 c’è Plotina, un progetto internazionale coordinato dall’Università di Bologna per elaborare, attuare e valutare piani per l’eguaglianza di genere costruiti su misura per ciascun ateneo, rendendo disponibili gli strumenti su una piattaforma web open source.
Anche la medicina fa la sua parte, valutando lo sviluppo di terapie e strategie sanitarie che tengano conto delle differenze tra uomo e donna non solo in termini biologici, ma anche culturali e socio-psicologici. Infine, il linguaggio della scienza può giocare, anch’esso, un ruolo. Nel 2016 sono state prodotte le Linee Guida SAGER (Sexand Gender Equity in Research), adottate anche dall’ISS: uno strumento editoriale per autori, editori e referee, che prevede raccomandazioni relative al corretto uso della terminologia e alle implicazioni negli studi di sesso e genere.

L’impegno dell’ISS

L’Istituto Superiore di Sanità da anni è impegnato in attività per la prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne con progetti di ricerca, formazione e sorveglianza ospedaliera, tra cui si segnalano:

  • Progetto CCM 2014 – REVAMP. Controllo e risposta alla violenza su persone vulnerabili: la donna e il bambino, modelli d’intervento nelle reti ospedaliere e nei servizi socio-sanitari in una prospettiva europea (7 Regioni coinvolte: Lombardia, Piemonte, Liguria, Lazio, Toscana, Basilicata, Sicilia; 15 Unità Operative; Ente partner: Regione Liguria- E.O. Ospedali Galliera Referente ISS: E. Longo);
  • Progetto di ricerca – Epi-REVAMP. Epigenetica della violenza;
  • CCM 2014. Programma di formazione blended per operatori sanitari e non, mirato al rafforzamento delle reti territoriali per la prevenzione e il contrasto alla violenza di genere prevenzione e il contrasto alla violenza di genere (5 Regioni coinvolte: Lombardia, Lazio, Toscana, Campania, Sicilia (28 pronto soccorsi);
  • Progetto di formazione. Io non sarò così (CCM- MIUR); Cambiamenti (ISS-ASP di Trapani).
  • Giornate di sensibilizzazione. Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne 25 novembre; 8 Marzo Giornata Internazionale della Donna; Festival della Scienza di Genova, Notte Europea dei ricercatori.

Il Manuale per Operatori e le Linee Guida per il riconoscimento delle vittime di MGF

E’ in questo scenario di forte impatto sociale, che la risposta assistenziale e la prevenzione sono diventati un importante obiettivo di politica sanitaria. Si intuisce perciò come il ruolo del personale sanitario sia di fondamentale importanza ai fini del riconoscimento, accoglienza, presa in carico e accompagnamento delle vittime di violenza. I servizi di Pronto Soccorso degli Ospedali sono nell’ambito dei servizi di assistenza sanitaria i luoghi cui le donne, i bambini e le vittime di violenza relazionale giungono alla fine di un percorso segnato da abusi, violenze e maltrattamenti.

Non a caso uno dei frutti del progetto REVAMP è il Manuale per Operatori di Pronto Soccorso : 228 pagine divise in 18 sezioni per “riconoscere, accogliere e accompagnare le persone vittime di violenza relazionale, donne e minori in particolare”. Il Manuale si propone quale strumento operativo per fornire un modello standard d’intervento per gli operatori di PS. Tale modello nasce dall’esperienza operativa di realtà ospedaliere dove nel corso degli anni si è strutturata l’attività di un team multidisciplinare antiviolenza. Le strutture ospedaliere partecipanti al progetto sono distribuite lungo l’arco del territorio italiano da nord a sud e rappresentano la maggior parte delle aree metropolitane: Roma, Milano, Torino, Genova e Palermo.

Il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri Italiano ha invece redatto le Linee Guida per il riconoscimento precoce delle vittime di Mutilazioni genitali Femminili o di altre pratiche dannose per gli operatori dei CPSA (Centri di primo soccorso e accoglienza), dei CDA (Centri di accoglienza) e dei CARA (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) impegnati nell’accoglienza dei e delle richiedenti asilo, al fine di assicurare loro l’accesso alla protezione internazionale per ragioni legate alla violenza subìta.
Infatti, le donne in fuga da zone di guerra e/o per motivi economici, non solo provengono spesso da zone ad alto rischio di Mutilazioni Genitali Femminili (MGF), ma oltretutto hanno subito violenza fisica, psicologica, matrimoni precoci, pratiche discriminatorie che possono costituire atti di persecuzione ai sensi della Convenzione di Ginevra delle Nazioni Unite sullo statuto dei rifugiati del 1951, nonché forme di grave pregiudizio che diano luogo a una protezione sussidiaria.

Giornata Mondiale dell’Alzheimer: al via ImmiDem, il primo progetto guidato dall’ISS che studia le demenze tra gli immigrati in Italia

Settembre 2018

Giornata Mondiale dell’Alzheimer: al via ImmiDem, il primo progetto guidato dall’ISS che studia le demenze tra gli immigrati in Italia

Stimare la prevalenza della demenza nella popolazione di immigrati e nelle minoranze etniche, descriverne caratteristiche e problematicità, valutare l’accesso e la presa in carico da parte dei servizi dedicati, favorire percorsi di cura adeguati.

Questa la sfida da cui prende avvio ImmiDem – Dementia in immigrants and ethnic minorities: clinical-epidemiological aspects and public health perspectives –, il primo progetto dedicato specificamente a tale tematica in Italia, coordinato dall’ISS e finanziato dal Ministero della Salute nell’ambito della Ricerca Finalizzata 2016.

“Da un lato si assiste a un progressivo allungamento dell’aspettativa di vita in tutto il globo – spiega Nicola Vanacore, del Centro Nazionale per la Prevenzione delle Malattie e la Promozione della Salute dell’ISS – dall’altro è sotto gli occhi di tutti il crescente incremento dei flussi migratori dai paesi in via di sviluppo verso i paesi occidentali, che determina necessariamente una modifica nell’offerta sanitaria pubblica. E’ infatti vero che se l’aumentata aspettativa di vita sta conducendo a un drammatico incremento dei casi di demenza anche nei paesi a basso e medio reddito, parallelamente, le nazioni occidentali si confrontano sempre di più con l’insorgenza di varie forme di demenza in soggetti immigrati o appartenenti a minoranze etniche”.

Nel tentativo di comprendere al meglio i cambiamenti in corso nell’attuale “scenario della demenza – va avanti il ricercatore – nasce il nostro progetto. Anche perché, in queste specifiche categorie di individui, la gestione del fenomeno presenta delle complessità aggiuntive, a vari livelli. Innanzitutto, diverse barriere culturali, religiose ed economiche possono limitare e posticipare la ricerca di aiuto medico da parte degli anziani con disturbi cognitivi, e ciò contribuisce molto probabilmente alla sottodiagnosi e dunque alla sottostima della demenza o a una diagnosi tardiva di casi per lo più già conclamati e avanzati. Inoltre, la mancanza di strumenti appropriati per la valutazione delle funzioni cognitive può ostacolare la valutazione dei soggetti appartenenti a culture diverse dal paese ospite. Infine, si potrebbe verificare un ridotto accesso ai trattamenti, alle risorse sanitarie e al supporto sociale dopo la diagnosi”. 

La demenza in Italia e nel mondo

La demenza è in crescente aumento nella popolazione generale ed è stata definita nel Rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità una priorità mondiale di salute pubblica: “nel 2010 35,6 milioni di persone risultavano affette da demenza con stima di aumento del doppio nel 2030, del triplo nel 2050, con 7,7 milioni di nuovi casi all’anno (uno ogni 4 secondi) e con una sopravvivenza media, dopo la diagnosi, di 4-8-anni. La stima dei costi è di 604 mld di dollari/anno con incremento progressivo e una continua sfida per i sistemi sanitari. Tutti i Paesi devono includere le demenze nei loro programmi di salute pubblica; a livello internazionale, nazionale regionale e locale sono necessari programmi e coordinamento su più livelli e tra tutte le parti interessate”.

Il maggior fattore di rischio associato all’insorgenza delle demenze è l’età e, in una società che invecchia, l’impatto del fenomeno si prefigura di dimensioni allarmanti, ed è facile prevedere che queste patologie diventeranno, in tempi brevi, uno dei problemi più rilevanti in termini di sanità pubblica. Il sesso femminile, inoltre, rappresenta un importante fattore di rischio per l’insorgenza della demenza di Alzheimer, la forma più frequente di tutte le demenze (circa il 60%). La prevalenza della demenza nei paesi industrializzati è circa del 8% negli ultrasessantacinquenni e sale ad oltre il 20% dopo gli ottanta anni. Secondo alcune proiezioni, i casi di demenza potrebbero triplicarsi nei prossimi 30 anni nei paesi occidentali.

In Italia, nel 2015, gli ultrasessantacinquenni sono 13,4 milioni, il 22% del totale della popolazione. La simultanea presenza di una elevata quota di persone di 65 anni e oltre e di una bassa quota di popolazione al di sotto dei 15 anni età (8,3 milioni, il 13,7%) colloca il nostro Paese tra i più vecchi del mondo, insieme al Giappone e alla Germania. Sono pertanto in aumento tutte le malattie croniche, in quanto legate all’età, e tra queste le demenze. In Italia, il numero totale dei pazienti con demenza è stimato in oltre un milione (di cui circa 600.000 con demenza di Alzheimer) e circa 3 milioni sono le persone direttamente o indirettamente coinvolte nell’assistenza dei loro cari.

Esistono comunque fattori di rischio della demenza legati allo stile di vita e pertanto potenzialmente modificabili quali diabete, ipertensione, obesità, inattività fisica, depressione, fumo e basso livello di istruzione.  E’ possibile oggi adottando strategie per la prevenzione primaria congiunta dei sette fattori di rischio stimare la riduzione del numero di casi di demenza a livello di ogni Regione italiana.

Le conseguenze del fenomeno anche sul piano economico ed organizzativo sono facilmente immaginabili. Rispetto alle terapie farmacologiche, sebbene ad oggi siano in corso numerosi progetti di ricerca, purtroppo gli interventi disponibili non sono ancora risolutivi. Soprattutto per le patologie cronico-degenerative come le demenze, dunque, appare necessario definire un insieme di percorsi assistenziali secondo una filosofia di gestione integrata della malattia inclusa operativamente nel Piano Nazionale delle Demenze promosso dal Ministero della Salute. Un elenco dei servizi dedicati alle demenze in ogni Regione Italiana è consultabile sul sito dell’Osservatorio Demenze dell’ISS

ISS, poco ferro e calcio nella dieta dei più giovani

Giugno – Luglio – Agosto 2018 

ISS, poco ferro e calcio nella dieta dei più giovani 

La dieta degli italiani è nel complesso di buona qualità sia per quanto riguarda l’apporto di nutrienti sia per quanto riguarda la presenza di contaminanti. A questa conclusione è giunto il primo Studio di Dieta Totale (TDS) nazionale 2012-2014 condotto dall’ISS, col supporto del Ministero della Salute, che in oltre cinque anni di lavoro, ha valutato in modo integrato l’assunzione alimentare di 65 fra nutrienti e contaminanti nella popolazione italiana. Le stime di assunzione sono state condotte per i due generi, per cinque classi di età e per le quattro macro-aree Nord-Ovest, Nord-Est, Centro, Sud e Isole.

E’ emerso che l’apporto di elementi essenziali è generalmente soddisfacente, al di sopra in alcuni casi della media di altri Paesi europei, mentre l’esposizione a contaminanti si colloca nella maggior parte dei casi nell’intervallo basso o medio-basso di valori riscontrato in altri TDS.

Tuttavia, meritano attenzione i rischi di carenza di calcio negli adolescenti, di ferro nei bambini e nelle donne in età fertile, di zinco negli adulti e in particolare nella terza età. Mentre l’esposizione ad alcuni contaminanti (in particolare aflatossina B1, cadmio, metilmercurio, H-2 e HT-2) merita attenzione in quanto potenzialmente associata a rischi per la salute in gruppi vulnerabili di popolazione, quali i bambini.

“Per la grande maggioranza delle sostanze studiate – afferma Francesco Cubadda, dell’ISS, coordinatore dello studio – questi sono i primi dati disponibili a livello nazionale ottenuti con la metodologia TDS, che assicura una loro comparabilità con i dati analoghi ottenuti da altri Paesi in Europa e nel mondo”. Le peculiarità di un TDS, che ne fanno lo strumento più appropriato in termini metodologici per la valutazione dell’assunzione di nutrienti o dell’esposizione a sostanze indesiderate attraverso la dieta a livello di popolazione, “è che il TDS – prosegue il ricercatore – si basa sul campionamento rappresentativo degli alimenti costituenti la dieta della popolazione, sulla loro combinazione, sulla considerazione delle modifiche dei contenuti delle sostanze legate ai processi di preparazione e cottura, sull’analisi perciò degli alimenti così come vengono consumati”.

I nutrienti

L’assunzione di calcio stimata per le diverse classi di età della popolazione italiana risulta superiore a quella stimata per la popolazione francese dal TDS nazionale condotto dall’ANSES (l’Agenzia Nazionale Francese per la Sicurezza Alimentare). Tuttavia, è stata evidenziata una prevalenza di apporti subottimali piuttosto elevata fra gli adolescenti, il gruppo di età contraddistinto dal massimo fabbisogno, e in misura minore in anziani, adulti e bambini. Per la popolazione nel suo complesso l’assunzione di calcio è assicurata per il 51% dal gruppo latte e derivati, per il 16% dal gruppo cereali e derivati, per il 14% da verdure e ortaggi.

Analoghe valutazioni svolte per gli altri nutrienti evidenziano che mediamente la nostra dieta fornisce apporti adeguati a coprire i fabbisogni della maggior parte dei nutrienti studiati.

Le criticità maggiori riguardano, oltre al calcio negli adolescenti, il ferro nei bambini e nelle donne in età fertile (e un po’ in tutte le fasce della popolazione) e l’incremento di apporti subottimali di zinco con il gradiente di età a partire dagli adolescenti, con una significativa proporzione negli anziani.

I livelli di assunzione di rame e selenio appaiono invece più che soddisfacenti, con la parziale eccezione di una parte delle donne in gravidanza e in allattamento.

I contaminanti

Per quanto riguarda i contaminanti, l’esposizione risulta essere generalmente inferiore, spesso in misura rilevante, rispetto a quella stimata dall’EFSA con un approccio diverso dal TDS. Ove si prendano come riferimento TDS condotti in altri Paesi, per la maggior parte dei contaminanti l’esposizione della popolazione italiana si colloca nell’intervallo basso o medio-basso dei valori riscontrati. Vi sono tuttavia contaminanti che meritano attenzione in alcuni gruppi della popolazione, come ad esempio l’aflatossina B1, un cancerogeno genotossico, in particolare in bambini e adolescenti. Nel caso del cadmio, la percentuale di popolazione con esposizioni eccedenti il Valore Guida per la Protezione della Salute (‘Health-based Guidance Value’, HBGV) è pari al 21%, ma diventa dell’83% nei bambini. Anche il metilmercurio e le micotossine H-2 e HT-2 emergono quali sostanze con livelli espositivi da monitorare in quote percentuali di popolazione di una certa rilevanza.

Di minore impatto sono altri contaminanti: in ordine decrescente di priorità, il nichel (valutato in funzione della tossicità cronica ma anche di quella acuta nei soggetti con ipersensibilità specifica), il piombo (importante per gli effetti neurotossici nei bambini fino ai 7 anni di età), l’arsenico inorganico (da monitorare in quanto i livelli espositivi possono raddoppiare in aree del territorio nazionale con apprezzabile presenza di arsenico nell’acqua potabile), l’alluminio (con esposizione dipendente dall’uso di materiali a contatto che lo contengono), l’ocratossina A (caratterizzata come altre micotossine da una forte variabilità fra aree e su base temporale), le diossine e i PCB diossina-simili (per i livelli espositivi nei bambini e per la maggiore esposizione delle popolazioni con consumi di pesce significativi).

La metodologia 

La popolazione è stata suddivisa in cinque classi di età (bambini piccoli, 1-2,9 anni; bambini, 3-9,9 anni, adolescenti, 10-17,9 anni; adulti, 18-64,9 anni; anziani, ≥ 65 anni).

La selezione degli alimenti centrali della dieta italiana è stata effettuata sulla base dell’ultima indagine nazionale dei consumi alimentari. Gli alimenti base nella lista TDS sono 51, appartengono a 13 categorie alimentari e rappresentano il 99,7% della dieta degli adulti e dei bambini italiani. I 51 gruppi alimentari sono stati rappresentati, ai fini del campionamento, da centinaia di prodotti alimentari, individuati in modo da garantirne la rappresentatività.

Il campionamento è stato svolto in quattro città, una per ogni macro-area geografica (Nord-Ovest, Nord-Est, Centro, Sud e Isole), e ha portato alla raccolta di oltre 3000 campioni alimentari elementari nel corso del triennio 2012-2014.

La selezione delle tipologie di esercizi commerciali per il campionamento – grande distribuzione organizzata, negozi, mercati rionali – è stata effettuata in modo da rispecchiare le abitudini di acquisto della popolazione italiana per le diverse tipologie di alimenti.

Per garantire la rappresentatività del campionamento di alcuni prodotti confezionati in termini di tipologie e marche ci si è avvalsi di dati sulle quote di mercato forniti dalle associazioni dei produttori.

Per i prodotti freschi si è tenuto conto dei dati statistici disponibili e il campionamento è stato ripetuto per tenere conto della stagionalità.

Gli alimenti sono stati preparati (lavati, cucinati, etc.) seguendo le normali pratiche di preparazione degli alimenti e riproducendo le condizioni reali impiegate quotidianamente. I campioni sono stati quindi combinati e omogeneizzati e – laddove opportuno – un’aliquota è stata liofilizzata per assicurare la conservazione a lungo termine del campione.

Particolare attenzione è stata rivolta al campionamento dell’acqua potabile sia quale alimento sia per il suo impiego nella preparazione (es. caffè, tè) e nella cottura degli alimenti.

Echinococcosi cistica: condotto dall’ISS e pubblicato oggi su The Lancet Infectious Diseases il più grande studio epidemiologico al mondo.

Maggio 2018

Echinococcosi cistica: condotto dall’ISS e pubblicato oggi su The Lancet Infectious Diseases il più grande studio epidemiologico al mondo

È la più grande indagine ecografica al mondo sull’echinococcosi cistica nell’ambito della ricerca sulle malattie infettive neglette, quella condotta dall’Istituto Superiore di Sanità nell’ambito del progetto HERACLES e pubblicata dalla rivista scientifica internazionale The Lancet Infectious Diseases. Lo scopo è stato quello di stimare la vera portata dell’echinococcosi cistica in Est Europa.

Il survey ecografico, condotto nel 2014 e nel 2015, ha esaminato circa 25000 persone nelle aree rurali della Romania, Bulgaria e Turchia. Nell’ambito di questo studio multicentrico (cross-sectional study) sono state sottoposte a screening, con ecografi portatili, persone provenienti da 50 villaggi in 15 province di queste 3 nazioni endemiche. Le prevalenze di echinococcosi cistica addominale, corrette per sesso ed età, sono risultate essere dello 0,41% in Bulgaria, 0,41% in Romania e 0,59% in Turchia. Le prevalenze individuate hanno permesso di generare una stima delle persone infette da echinococcosi cistica nelle aree rurali di questi 3 paesi di oltre 151000 casi umani (7872 in Bulgaria, 37229 in Romania, 106237 in Turchia), di cui circa un terzo con cisti in fase attiva.

La ricerca, coordinata dal Centro di Collaborazione OMS per l’echinococcosi presso il Dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità, è stata definita dagli editori di Lancet la prima “original research” sull’echinococcosi cistica mai pubblicata. “I risultati di questa ricerca – dice Adriano Casulli, ricercatore ISS e coordinatore del progetto – potranno essere utilizzati per supportare i decisori nel pianificare gli interventi di salute pubblica, incluse le analisi di costo-beneficio, nella prospettiva di ottemperare alla roadmap dell’OMS per il controllo dell’echinococcosi cistica, malattia negletta per troppo tempo dimenticata”.

Tra i principali scopi di HERACLES vi è quello di interrompere il circolo vizioso in cui questa malattia infettiva negletta è intrappolata, dove la mancanza di evidenza sulla vera portata del problema (i casi ospedalizzati rappresentano solo la punta dell’iceberg) non permette di quantificare e quindi correttamente prioritizzare gli interventi sanitari volti al suo controllo.

La sintesi dei risultati è consultabile sul sito

Il progetto HERACLES  

In un contesto di Sanità Pubblica Internazionale la Commissione Europea ha finanziato, nell’ambito del Settimo Progetto Quadro (FP7/Health), il progetto HERACLES (Human Cystic Echinococcosis ReseArch in CentraL and Eastern Societies).

Questo progetto collaborativo è considerato il più grande mai finanziato su questa malattia negletta e vede il coordinamento dell’Istituto Superiore di Sanità in un partenariato di 9 centri operanti in paesi endemici come Italia, Spagna, Romania, Bulgaria e Turchia.

Questo partenariato è inoltre supportato da un network di 60 centri presenti in Europa ed in Asia e coadiuvato da un comitato consultivo rappresentato dall’OMS e dall’ ECDC.

Tra gli obiettivi principali del progetto vi sono: la quantificazione del carico di malattia, la creazione di un Registro Internazionale (ERCE), la produzione di antigeni ricombinanti per la diagnosi sierologica, la ricerca di bio-marcatori attraverso studi di proteomica, la tipizzazione molecolare di cisti prelevate da casi clinici umani, la creazione di una Echino-Biobanca di ricerca ed il miglioramento dei farmaci attualmente esistenti attraverso nuove formulazioni.

Cos’è questa malattia?

L’echinococcosi cistica è una malattia infettiva negletta diffusa in tutto il mondo e causata da un parassita (Echinococcus granulosus) simile ad una piccola tenia nella sua forma adulta ed una cisti nella sua forma larvale. L’echinococcosi cistica è una malattia zoonotica (trasmessa dagli animali all’uomo) presente in ambienti rurali dove è praticata la pastorizia.

Infatti, il ciclo vitale di questo parassita si perpetua tra i cani da pastore (ospiti definitivi della tenia) e le popolazioni ovi-caprine (ospiti intermedi della forma larvale). L’uomo è un ospite aberrante che si infetta attraverso l’ingestione di uova microscopiche (30 micron) prodotte dalla tenia che possono contaminare gli ambienti ed il cibo. Dopo la schiusa delle uova, le larve migrano sino a raggiungere nella maggior parte dei casi il fegato, dove si accrescono in forma di cisti a contenuto liquido. La presenza di queste cisti può rimanere silente per molti anni sino a che non si sviluppano sintomi (con manifestazioni cliniche aspecifiche) a causa o della loro rottura o della pressione che possono esercitare sugli organi circostanti per le loro dimensioni, che possono raggiungere i 20 o più centimetri. La gestione clinica di questa malattia dipende dallo stadio, localizzazione, numero e dimensioni delle cisti e può consistere nella chirurgia per la loro rimozione, tecniche percutanee meno invasive per il loro svuotamento, l’utilizzo di farmaci antiparassitari, o l’attesa vigile (watch & wait) in caso la cisti non necessiti di un trattamento attivo.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima essere presenti almeno un milione di persone infette nelle aree endemiche rurali del mondo con un costo associato annuo di circa 3 miliardi di dollari americani per la gestione clinica umana e per le perdite di produzione nel bestiame. In Europa tra le aree di maggiore endemia vi sono i paesi dell’Est e del bacino del Mediterraneo, dove tuttavia poche informazioni sono disponibili. In Italia è possibile stimare in maniera solo parziale la portata del problema data la sola disponibilità dei dati derivanti dalle schede di dimissione ospedaliera che riportano un totale di circa 21000 dimissioni nel periodo 2001-2014 e circa 900 nuovi pazienti ricoverati per anno.

Pubblicazione

Sistema Sorveglianza PASSI 2018

Sistema Sorveglianza PASSI 2018

Dieta o stop fumo, è il medico di base che convince

Se si tratta di iniziare una dieta o smettere di fumare o sottoporsi a uno screening è il medico di base la persona che può motivare anche i più recalcitranti. Lo dimostrano i dati del sistema di sorveglianza PASSI dell’Istituto Superiore di Sanità, pubblicati oggi, che vedono però ancora uno scarso ricorso a questa figura per la prevenzione. “I dati – spiegano gli esperti – mostrano che il consiglio del medico è rilevante nell’incoraggiare la scelta del paziente ad adottare comportamenti più salutari: ad esempio la quota di persone in eccesso ponderale che dichiara di seguire una dieta è tre volte maggiore fra coloro che hanno ricevuto il consiglio medico rispetto a quelli che non lo hanno ricevuto (39% vs 13%). Anche nella promozione degli screening oncologici il consiglio del medico è rilevante: la quota di persone che si sottopone a screening oncologico, a scopo preventivo, è maggiore fra chi riceve il consiglio da parte del medico o di un operatore sanitario e persino l’adesione allo screening organizzato aumenta se alla lettera della ASL si accompagna il consiglio del proprio medico”.

Al momento però, segnala PASSI, i buoni consigli sono dati più che altro a persone con patologie croniche o con comportamenti particolarmente a rischio (forti fumatori, forti bevitori, persone in forte eccesso ponderale e persone che hanno un aumentato rischio cardiovascolare). In altre parole, il consiglio del medico o dell’operatore sanitario risulta utilizzato per un contenimento del danno piuttosto che come misura di prevenzione primaria. Inoltre, i dati PASSI mostrano che, pur essendo strumento di provata efficacia per aiutare a cambiare i comportamenti insalubri, è poco utilizzato e in riduzione nel tempo: poco più del 50% dei fumatori riferisce di aver ricevuto il consiglio di smettere di fumare, ancor meno persone in eccesso ponderale riferiscono di aver ricevuto il consiglio di perdere peso, solo il 30% degli assistiti dichiara di aver ricevuto il consiglio di praticare attività fisica e appena il 6% dei consumatori di alcol a maggior rischio (per consumo abituale elevato o binge drinking o consumo prevalentemente fuori pasto) riferisce di aver ricevuto il consiglio di bere meno.

Leggi il Rapporto Passi completo su Epicentro

Screening, aumentano le coperture grazie all’offerta pubblica

I dati PASSI mostrano che i programmi di screening oncologici organizzati riducono le disuguaglianze di accesso alla prevenzione: per le persone più svantaggiate che, per istruzione, difficoltà economiche o cittadinanza straniera, si sottopongono meno frequentemente di altri ai test di diagnosi precoce dei tumori di mammella, cervice uterina e colon-retto, l’offerta di un programma organizzato rappresenta l’unica occasione di prevenzione di tali tumori.

Nel tempo, inoltre, aumenta la copertura totale degli screening oncologici, grazie proprio all’aumento della copertura degli screening organizzati, e inizia a delinearsi una significativa riduzione dell’iniziativa spontanea proprio lì dove l’offerta dei programmi di screening è più solida. Resta significativo il gradiente geografico Nord-Sud a sfavore delle Regioni meridionali, determinato prevalentemente dalla minore copertura degli screening organizzati.

 

Screening cervicale

 

In Italia quasi l’80% di donne fra 25 e 64 anni, si sottopone a scopo preventivo allo screening cervicale (Pap-test o Hpv test) all’interno di programmi organizzati e offerti dalle ASL (45%) o per iniziativa spontanea (33%). Aumenta nel tempo la copertura totale dello screening cervicale grazie all’aumento della copertura dello screening organizzato che contrasta e supera la riduzione della quota di donne che ricorre al test di screening su iniziativa spontanea, riduzione che inizia ad essere significativa proprio nelle aree a maggior offerta di programmi organizzati. Si mantiene il gradiente geografico Nord-Sud a sfavore delle Regioni meridionali (87% di copertura totale nel Nord vs 68% del Sud-Isole) determinato prevalentemente dalla minore copertura dello screening organizzato nell’area Sud del Paese (55% Nord vs 34% nel Sud-Isole).

 

Screening mammografico

In Italia il 73% delle donne fra i 50 e i 69 anni, si sottopone a scopo preventivo allo screening mammografico all’interno di programmi organizzati e offerti dalle ASL (54%) o per iniziativa spontanea (meno del 20%). Analogamente a quanto accade per lo screening cervicale, aumenta nel tempo la copertura totale dello screening mammografico, soprattutto grazie all’aumento della copertura dello screening organizzato, ovunque nel Paese. Nel Sud Italia, dove l’offerta dei programmi organizzati resta bassa, continua a registrarsi anche un aumento della copertura dello screening spontaneo, mentre nelle regioni centro-settentrionali, dove ai programmi organizzati partecipano i 2/3 della popolazione target femminile, inizia a ridursi la quota delle donne che si sottopone a mammografia di propria iniziativa. Tutto ciò determina solo una lieve riduzione del gradiente geografico Nord-Sud a sfavore delle Regioni meridionali che resta rilevante in termini di copertura totale (83% vs 60%) e in termini di screening organizzato (69% vs 37%).

 

Screening colorettale

Solo il 45% della popolazione target di 50-69 anni riferisce di essersi sottoposto ad uno degli esami per la diagnosi precoce dei tumori colon-rettali nei tempi e modi raccomandati (il 39% ha fatto ricerca del sangue occulto fecale, il 15% una colonscopia/rettosigmoidoscopia). La gran parte delle persone lo ha fatto partecipando ai programmi organizzati (37%), poche persone lo hanno fatto come iniziativa spontanea (7%). Ancora una volta significativo e ampio il gradiente fra Nord e il Sud del Paese (68% vs 25%). La copertura totale aumenta ovunque per l’aumento della copertura dello screening organizzato e si riduce la copertura dello screening spontaneo lì dove aumenta l’offerta di programmi. Ciò non accade nelle Regioni meridionali dove l’aumento dell’offerta di programmi organizzati resta ancora insufficiente a soddisfare i bisogni della popolazione.

 

Italia sempre più obesa, soprattutto al sud

Su dieci adulti nel nostro paese uno su tre è in sovrappeso e uno è obeso. Il dato emerge dalle interviste fatte dal sistema di sorveglianza PASSI, che per la prima volta in 10 anni hanno mostrato un aumento statisticamente significativo dell’obesità a livello nazionale, determinato da un aumento in particolare nel Sud Italia, ma anche nel Nord, mentre nelle Regioni centrali si registra una riduzione. “L’eccesso ponderale è caratteristica associata a determinanti sociali – scrivono gli autori – ed è più frequente fra le persone con difficoltà economiche o con un basso livello di istruzione. Il gradiente geografico mostra prevalenze di sovrappeso e obesità crescenti dal Nord al Sud Italia, dove in alcune Regioni si sfiora e si supera il 50%”. Anche l’inattività fisica è caratteristica associata a determinanti sociali ed è più frequente tra le persone con difficoltà economiche o con basso livello di istruzione. Ancora una volta il gradiente geografico Nord-Sud è molto chiaro e a sfavore delle Regioni meridionali in cui la quota di sedentari è significativamente più elevata e in alcune casi sfiora e supera il 50% della popolazione residente. Nel tempo, la quota di sedentari aumenta in tutto il Paese e in particolare proprio fra i residenti del Meridione. Dai dati emergono situazioni preoccupanti anche sul consumo di alcol. Circa un italiano su due, fra i 18 e i 69 anni, dichiara di non consumare bevande alcoliche, ma il 17% della popolazione ne fa un uso a “maggior rischio” per la salute, per quantità o modalità di assunzione. Fra i giovanissimi di 18-24 anni la quota di consumatori a maggior rischio raggiunge il 35%. “Il consumo di alcol a maggior rischio, contrariamente alle altre abitudini non salutari (fumo, sedentarietà, eccesso ponderale) si associa al benessere socio-economico: – spiegano gli esperti – fra le persone senza difficoltà economiche o con alto livello di istruzione, la quota di consumatori a “maggior rischio” è più elevata. Tale modalità di consumo, inoltre, resta prerogativa dei residenti nel Nord Italia, dove cresce il fenomeno del binge drinking, e in particolare delle regioni del Nord-Est. Preoccupante, infine, il numero di persone che assumono alcol, pur avendo una controindicazione assoluta, come i pazienti con malattie del fegato fra i quali quasi la metà ne fa un consumo pericoloso”.

 

Cuore, il 40% degli italiani ha almeno tre fattori di rischio

Dal colesterolo alto all’ipertensione, quasi 4 persone su 10 in Italia hanno almeno tre fattori di rischio cardiovascolare. Lo ha rivelato il sistema di sorveglianza PASSI. “I fattori di rischio modificabili per le malattie cardiovascolari sono numerosi – spiegano gli esperti -: ipertensione arteriosa, ipercolesterolemia, diabete, fumo di tabacco, sovrappeso/obesità, sedentarietà, dieta (scarso consumo di frutta e verdura e di pesce, eccessivo contenuto di sale e grassi saturi nei cibi, ecc)”.
Nel quadriennio 2014-2017 PASSI rileva che su 10 intervistatati 2 riferiscono una diagnosi di ipertensione, 2 di ipercolesterolemia, 3 sono sedentari, 3 sono fumatori, 4 risultano in eccesso ponderale (IMC≥25), quasi nessuno consuma 5 porzioni di frutta e verdura al giorno (five a day), come invece raccomandato. Inoltre, quasi il 5% degli intervistati riferisce una diagnosi di diabete. Complessivamente quasi 4 persone su 10 hanno almeno tre dei fattori di rischio cardiovascolare menzionati sopra. Poco meno del 5% della popolazione adulta di 18-69 anni, hanno rivelato i dati, riferisce una diagnosi di diabete. La prevalenza di diabete cresce con l’età e raggiunge il 10% fra i 50-69 anni; è più frequente fra gli uomini rispetto alle donne e nelle fasce di popolazione socio-economicamente più svantaggiate per istruzione o condizioni economiche, fra i cittadini italiani rispetto agli stranieri, e nelle Regioni meridionali rispetto al Centro e al Nord Italia. Il diabete risulta essere fortemente associato ad altri fattori di rischio cardiovascolare, quali l’ipertensione e l’ipercolesterolemia, l’eccesso ponderale e la sedentarietà, che risultano molto più frequenti fra le persone con diabete rispetto agli altri. Oltre il 50% delle persone con diabete riferisce anche una diagnosi di ipertensione (vs 18% fra le persone senza diagnosi di diabete) oltre il 40% riferisce una diagnosi di ipercolesterolemia  (vs il 22% osservati nelle persone senza diagnosi di diabete); il 72% risulta in eccesso ponderale (IMC≥25) (vs 41% nelle persone senza diagnosi di diabete) e solo 42% di loro (diabetici in eccesso ponderale) stanno seguendo una dieta per cercare di perdere peso; il 46% delle persone con diabete risulta completamente sedentario (vs 33% nelle persone senza diagnosi di diabete). Inoltre fra le persone con diabete resta alta la prevalenza di fumatori sebbene inferiore rispetto al resto della popolazione. “Dal 2011 PASSI raccoglie informazioni sul monitoraggio metabolico e la terapia di persone con diabete – aggiungono – poco più del 60% delle persone con diabete ha effettuato il controllo dell’emoglobina glicata negli ultimi 12 mesi  e nel tempo aumenta la conoscenza di questo esame fra le persone con diabete, tuttavia fra loro 1 persona su 4 non lo conosce o non ne conosce il significato; oltre l’85% delle persone con diabete dichiara di essere sotto trattamento farmacologico per il controllo del diabete, la gran parte (più dell’80%) con ipoglicemizzanti orali”.

Che cos’è PASSI

L’evidence applicata alla prevenzione. Potrebbe essere questo il motto della sorveglianza PASSI (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia), avviata nel 2006 con  l’obiettivo di effettuare un monitoraggio a 360 gradi sullo stato di salute della popolazione adulta italiana. La sorveglianza PASSI si caratterizza come una sorveglianza in Sanità Pubblica che raccoglie, in continuo e attraverso indagini campionarie, informazioni dalla popolazione italiana adulta (18-69 anni) sugli stili di vita e fattori di rischio comportamentali connessi all’insorgenza delle malattie croniche non trasmissibili e sul grado di conoscenza e adesione ai programmi di intervento che il Paese sta realizzando per la loro prevenzione. I temi indagati sono il fumo, l’inattività fisica, l’eccesso ponderale, il consumo di alcol, la dieta povera di frutta e verdura, ma anche il controllo del rischio cardiovascolare, l’adesione agli screening oncologici e l’adozione di misure sicurezza per prevenzione degli incidenti stradali, o in ambienti di vita di lavoro, la copertura vaccinale antinfluenzale e lo stato di benessere fisico e psicologico, e ancora alcuni aspetti inerenti la qualità della vita connessa alla salute. Organizzato su tre livelli, PASSI è gestito dalle ASL, dalla raccolta all’utilizzo dei risultati, le ASL sono coordinate dalle Regioni, interlocutori principali dei decisori politici in una sanità regionalizzata, che definiscono le esigenze conoscitive del loro territorio, che si avvalgono del coordinamento centrale dell’ISS. Disegnato come uno strumento delle ASL per le ASL, produce dati con un dettaglio territoriale difficilmente reperibile da altri sistemi.

Influenza, gli anziani che non si sono vaccinati si sono ammalati di più

Aprile 2018

Influenza, gli anziani che non si sono vaccinati si sono ammalati di più

Dopo aver raggiunto un picco del 68.3% durante la stagione 2005-06, la copertura del vaccino antinfluenzale in Italia tra le persone anziane, ultra65enni, ha seguito un trend in netta discesa senza precedenti, diminuendo complessivamente di oltre il 50% negli anni successivi e facendo dell’Italia un caso unico in Europa. E’ quanto testimonia una ricerca pubblicata di recente sull’European Journal of Public Health coordinata dall’Università di Ferrara con il significativo contributo del lavoro del Network della Sorveglianza Nazionale dell’ISS, da cui emerge che di pari passo sono aumentati i casi in questa fascia di età.

Secondo i dati del Network la copertura è stata inferiore al 50% nel corso di due delle ultime tre stagioni 2014–17 (precisamente del 48.6% nel 2014-15 e del 52% nel 2016-17). In termini assoluti i vaccinati nella suddetta fascia di età sono passati da 9.240.000 a 7.035.000. Oltre 2,2 milioni dunque gli anziani non vaccinati. Di pari passo, i tassi della sindrome influenzale (Influenza Like Illness – ILI) sono cresciuti dal 2.71% nel triennio 2005–08, al 4.24% nell’ultimo triennio.
Gli studiosi hanno monitorato 260.407 anziani durante le stagioni influenzali tra il 2005 e il 2017. Di questi circa 9 mila hanno avuto sintomi influenzali, pari al 3,39% del campione. In questo contesto è stata rilevata una significativa associazione tra l’incremento della ILI e il declino della copertura vaccinale, tanto che, secondo stime al ribasso, un aumento di solo l’1% nella copertura vaccinale potrebbe prevenire oltre 2690 casi di ILI casi tra gli anziani.
“Negli ultimi 10 anni l’Italia ha dovuto affrontare un declino generale delle coperture vaccinali che ha riguardato tutti i gruppi di età a tal punto da rappresentare un problema prioritario di Sanità Pubblica – ha dichiarato Walter Ricciardi, Presidente dell’ISS – e, nonostante le diverse iniziative promosse dal Ministero della Salute e dalle singole regioni/PA, è cresciuto il fenomeno del rifiuto vaccinale”.
La vaccinazione antinfluenzale nello specifico è stata penalizzata da due eventi particolari: la fine degli incentivi alla pratica in diverse regioni nel 2013 e un allarme montato dai media nel 2014 quando tre decessi avvenuti dopo la vaccinazione antinfluenzale sono stati associati alla vaccinazione stessa, associazione poi smentita. Nell’intervallo di tempo tra la notizia e la sua smentita, circa due settimane, la vaccinazione è calata dell’80%.
Per aumentare dunque la fiducia nelle vaccinazioni della popolazione generale e modificare i comportamenti dei non vaccinatori, conclude Ricciardi, “è indispensabile lavorare per accrescere la credibilità degli operatori sanitari. Soltanto attraverso conoscenze forti e un approccio comunicativo adeguato, sarà possibile rispondere ai dubbi delle persone e delle famiglie, contenere la paura delle reazioni avverse, accrescere la consapevolezza del valore delle vaccinazioni e inquadrare correttamente la percezione di rischio di quelle malattie che, oggi poco diffuse grazie alle vaccinazioni, fanno a molti meno paura dei vaccini stessi”.

Influenza, vaccinazioni negli adulti in lieve ripresa

Aprile 2018

Influenza, vaccinazioni negli adulti in lieve ripresa

Dopo un vero e proprio crollo visto negli anni passati la vaccinazione antinfluenzale negli adulti è in ripresa, lieve ma significativa. Lo affermano gli ultimi dati raccolti dal sistema di sorveglianza Passi, anticipati in occasione della settimana europea dell’immunizzazione.

Il ricorso alla vaccinazione antinfluenzale fra gli adulti di 18-64 anni non è frequente, segnalano gli esperti dell’Istituto, ed è andata dimezzandosi negli ultimi anni, passando dal 12.9% del 2008-2009 al 6.6% del 2015-2016. “Tuttavia i dati dell’ultima campagna vaccinale mostrano una lieve ma significativa ripresa – spiega Maria Masocco, responsabile del Coordinamento Nazionale Passi – e la quota di adulti, con meno di 64 anni, che ha fatto ricorso al vaccino contro l’influenza nell’inverno 2016-2017 è salita all’8%”.

Anche fra le persone affette da patologie croniche (malattie cardiovascolare, diabete, insufficienza renale, malattia respiratoria cronica, tumore, malattia cronica del fegato) il ricorso alla vaccinazione antinfluenzale, malgrado sia raccomandato e offerto dal SSN, è molto lontano dall’atteso: durante l’ultima campagna vaccinale 2016-2017, solo il 23% degli adulti con meno di 65 anni e affetti da patologia cronica hanno fatto ricorso alla vaccinazione contro l’influenza. È comunque un dato in ripresa rispetto a quanto osservato negli anni precedenti.

Mielofibrosi: rinnovato con un milione di euro il finanziamento del NCI per produrre rapidamente modelli di sperimentazione clinica

Marzo 2018

Al via 2 trial clinici di studi condotti dall’ISS per sviluppare nuovi risultati

Ricciardi: l’obiettivo è quello di ottenere nuove strategie terapeutiche entro 5 anni

Il Program Proiect sulla mielofibrosi primaria è stato rinnovato per la terza volta dal National Cancer Institute per quasi venti milioni di dollari. Il Program Project include un progetto che sarà finanziato per 1 milione di dollari per la sperimentazione preclinica della malattia su cui collabora da sempre l’Istituto Superiore di Sanità (ISS).

La mielofibrosi primaria, attualmente incurabile, è la più severa delle malattie mieloproliferative che colpisce il midollo osseo, a causa delle conseguenze che procura sul sistema di produzione dei componenti del sangue. Con il rinnovo del Program Project, costato finora più di 40 milioni di dollari, il National Cancer Institute intende proseguire un percorso di ricerca clinica che si prefigge lo scopo di tradurre risultati sperimentali di laboratorio in studi clinici sull’uomo.

L’Istituto Superiore di Sanità continuerà ad avere nel nuovo Progetto l’obiettivo di testare in modelli sperimentali di topo l’efficacia di alcuni inibitori che si sono mostrati promettenti nei primi studi di laboratorio. Se gli studi nel topo daranno i risultati sperati, si potranno sviluppare terapie efficaci contro la mielofibrosi.

“Siamo particolarmente orgogliosi di condurre questa fase di applicazione preclinica del Program Project – dice il Presidente dell’ISS Walter Ricciardi – poiché si tratta di mettere a frutto i risultati di ricerche iniziali condotte proprio dall’Istituto all’interno di questo complesso programma che ci vede in prima linea nella lotta a questa terribile malattia rara. Risultati ottenuti in Istituto hanno già dato origine ad ipotesi terapeutiche che saranno testate nel nuovo programma. Finalmente possiamo sperare, quindi, di ottenere nuove strategie terapeutiche entro 5 anni, cioè alla conclusione del Program Project appena finanziato”.

Nella fase precedente, l’ISS, infatti, ha riprodotto nei topi l’insufficienza ematopoietica, (l’ematopoiesi regola la produzione di elementi del sangue), causata dalla malattia.

“Abbiamo privato il genoma dei topi delle zone di DNA che controllano la produzione delle piastrine nei megacariociti – dice Anna Rita Migliaccio -, responsabile dello studio. I topi, chiamati GATA1low (basso GATA) esprimono livelli ridotti del fattore di trascrizione GATA1, responsabile della produzione di piastrine nei megacariociti, sviluppando un fenotipo che assomiglia moltissimo a quello della mielofibrosi primaria dell’uomo”.

Questi topi, studiati dall’ISS, hanno rappresentato il primo modello animale della malattia. Per questo motivo l’ISS è stato inserito fin dall’inizio nel progetto. In questa nuova fase, l’Istituto avrà il compito di provare i trattamenti sperimentali (tra cui inibitori di TGF-beta di nuova generazione) nei modelli messi a punto in precedenza. Gli studi condotti dall’Istituto consentiranno inoltre di chiarire i meccanismi responsabili dello sviluppo della malattia, che rimane asintomatica per anni fino alla sua fase infausta.

Studiare questi eventi responsabili nei topi potrebbe gettare le basi per la loro identificazione anche nell’uomo. “Il ruolo svolto dall’Istituto Superiore di Sanità è particolarmente importante – dice Patrizia Popoli -, Direttore del Centro Ricerca e Valutazione preclinica e clinica dei farmaci e componente della Commissione dell’ISS che valuta i dossier preclinici al fine di autorizzare le sperimentazioni cliniche di Fase I – questa fase sperimentale infatti, che si colloca proprio al confine tra gli studi preclinici e il successivo passaggio alla clinica, è estremamente complessa e delicata”

Cos’è la mielofibrosi

La mielofibrosi è una malattia rara cronica del midollo osseo che appartiene al gruppo delle malattie mieloproliferative croniche, che comportano cioè un’alterazione delle cellule del midollo osseo e che induce una proliferazione eccessiva di altre cellule. Il midollo osseo contiene le cellule staminali che possono trasformarsi in vari tipi di altre cellule attraverso un processo di maturazione detto anche differenziazione. Si definiscono emopoietiche quelle cellule staminali che danno origine alle cellule mature del sangue: globuli bianchi (o leucociti), globuli rossi (o eritrociti) e piastrine (o trombociti). La mielofibrosi è un’alterazione di queste cellule staminali, così chiamata perché, se si osserva al microscopio il midollo osseo, si nota la graduale comparsa di un tessuto fibroso che modifica definitivamente la struttura del midollo osseo stesso non consentendogli più di funzionare correttamente.

E’ da notare che la “fibrosi” è una complicazione comune alle fasi terminali della insufficienza di molti organi (in primis fegato, cuore, polmoni e rene) che, come la mielofibrosi, non hanno attualmente terapie efficaci.