Giugno – Luglio – Agosto 2018

Che cos’è la pet therapy di Francesca Cirulli e Marta Borgi

Chi ha un cane lo sa. Sa che con gli animali, perlomeno quelli domestici dotati di un alto grado di socialità, è possibile instaurare un rapporto, basato su un linguaggio non certo verbale ma in cui dominano le emozioni. Da qui prendono spunto le strategie d’intervento della pet therapy (che sarebbe più corretto definire col termine “Interventi Assistiti con gli Animali” (IAA), indicando una serie di programmi terapeutici, educativi e/o ludico-ricreativi che hanno come nucleo centrale l’interazione uomo-animale) nel tentativo di attenuare i disturbi di soggetti affetti da alcune patologie legate sia alla sfera fisica che a quella mentale: bambini con autismo, anziani istituzionalizzati, pazienti psichiatrici.

Poco utilizzate perché poco conosciute, le potenzialità degli IAA sono ora descritte in un volume curato da Francesca Cirulli e Marta Borgi, membri del gruppo di ricerca del Centro di Riferimento per le Scienze comportamentali e la salute mentale dell’ISS, coordinato dalla stessa Cirulli e coinvolto in tale ambito attraverso l’organizzazione di corsi di formazione, programmi di informazione e di educazione, progetti di ricerca per la valutazione degli esiti di IAA.

Un impegno confluito nella stesura delle “Linee Guida Nazionali per gli Interventi Assistiti con gli Animali” del Ministero della Salute, di recente approvazione. Questo volume vuole contribuire alla divulgazione di buone prassi, basate sull’evidenza scientifica, cercando di intercettare il mondo medico e riabilitativo per far conoscere i meccanismi e le potenzialità dell’interazione uomo-animale, proponendo le metodologie più efficaci d’intervento, anche al fine di tutelare la salute umana e quella degli stessi animali.

Quando si parla di relazione uomo-animale, spiegano le autrici del libro, ci si riferisce al legame che l’uomo forma con alcune specie, in particolare con gli animali domestici, capaci di mostrare un comportamento adeguato alle esigenze dell’uomo, di interpretarne i segnali comunicativi e di esibire comportamenti altamente coordinati con l’uomo. I cani, in particolare, mostrano elevate abilità nella comprensione di segnali tipicamente umani che sanno interpretare e utilizzare in maniera flessibile, tanto che si può parlare di un vero e proprio sistema comunicativo comune tra le due specie. La comunicazione facciale, nello specifico lo sguardo reciproco tra cane e proprietario, è in grado di innescare un meccanismo di mutua regolazione neuroendocrina tra due specie diverse, modulato dal rilascio di ossitocina.

Instaurare una relazione con un cane potrebbe facilitare, ad esempio, l’impegno dei bambini con autismo in azioni sociali strutturalmente semplici che non richiedono l’interpretazione delle parole e sono altamente ripetibili e prevedibili (ad esempio, lanciare una pallina e recuperarla, passeggiare con il cane al guinzaglio, dare semplici comandi con la mano o il braccio).

Nel caso della riabilitazione equestre, essere coinvolti in attività strutturate con i cavalli può influenzare positivamente le funzioni esecutive nei bambini. Inoltre, essendo effettuata in un ambiente non medicalizzato e ricco di stimoli sensoriali, come un maneggio, tale attività consente di lavorare contemporaneamente su una migliore e più corretta percezione di sé, sull’acquisizione di una serie di piccole abilità (legate per es. ai movimenti fini necessari per stringere una redine o allacciare una testiera), nonché sulle funzioni cognitive e sulle abilità e relazioni sociali.