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Numero 07 – ottobre 2017

Epidemie e pandemie: la società civile chiede una migliore comunicazione

Non troppi anni fa, quando in alcuni Paesi dell’Africa occidentale migliaia di persone morivano a causa del virus ebola, in Italia alcuni giornali titolavano “L’Ebola sbarca con gli immigrati” e il dipendente di una importante Ong contraddiceva in TV il Ministro della salute sulle misure di sicurezza adottate dagli operatori di rientro dai Paesi colpiti: due aneddoti che raccontano come la comunicazione del rischio, soprattutto in situazioni di emergenza, possa e debba essere migliorata, a tutti i livelli, non solo giornalisticamente, ma anche attraverso la formazione degli operatori sanitari e una maggiore attenzione delle istituzioni alla comunicazione. Tuttavia, per riuscirci, è necessario sapere come e quali strumenti usare per fronteggiare gli scenari legati alla diffusione delle malattie infettive e delle paure della popolazione.

Di questi temi si parlerà a Roma il 30 e il 31 ottobre 2017 durante la conferenza finale del progetto europeo ASSET (Action plan on Science in Society related issues in Epidemics and Total pandemics) che negli ultimi 4 anni ha indagato approfonditamente, e multidisciplinariamente, questo settore attraverso un lavoro che ha combinato salute pubblica, ricerca epidemiologica, scienze sociali, politiche, diritto, etica, studi di genere, comunicazione e media per sviluppare una strategia integrata e transdisciplinare sulla preparedness in caso di epidemia o pandemia.

L’importanza delle to do list

La preparedness è una vera e propria to-do-list: “cose da fare” che coinvolgono la società nel suo complesso. Può essere definita non solo come la capacità dei sistemi sanitari, delle comunità e degli individui di prevenire, proteggersi, rispondere rapidamente, reagire e recuperare dopo emergenze sanitarie, ma anche come un processo coordinato e continuo di pianificazione e messa in opera di attività riviste sulla base del monitoraggio dei risultati ottenuti.

Come ci insegnano alcune epidemie recenti, dalla pandemia del virus influenzale A(H1N1) del 2009 alla stessa epidemia di ebola, ma anche progetti europei predecessori di ASSET, come ECOM o TELL ME, la comunicazione del rischio è strettamente legata alla preparedness e la stessa Commissione europea ricorda che “una comunicazione incoerente o confusa con il pubblico e le parti interessate, come gli operatori sanitari, può avere un impatto negativo sull’efficacia della risposta dal punto di vista della sanità pubblica e degli operatori economici” (Decisione 1082/2013/Ue del Parlamento europeo e del Consiglio).

ASSET e la science with and for society

Sinora la comunicazione si è dimostrata un punto debole durante le emergenze ed è sempre più chiaro che in caso di emergenza o crisi è necessario riuscire a coinvolgere la popolazione attraverso un’informazione chiara e autorevole. Come ci spiega Valentina Possenti (Iss), responsabile scientifico del progetto, «durante questi quattro anni abbiamo portato avanti numerose attività che hanno permesso di analizzare da vicino l’efficacia, le lacune e le potenzialità della comunicazione in ciascun Paese. Un esempio su tutti è stata la realizzazione di una consultazione cittadina (citizen consultation), che si è svolta in contemporanea in 8 Stati europei e ha coinvolto un campione di cittadini in una giornata di informazione e discussione su una serie di argomenti chiave». I risultati dell’evento hanno evidenziato alcuni dei problemi locali: ad esempio, John Haukeland (Danish Board Technology) afferma che «l’esito della consultazione in Danimarca ha evidenziato che meno della metà dei cittadini si considera soddisfatto delle informazioni fornite dalle autorità sanitarie durante le minacce epidemiche». E in Italia? Per quanto riguarda la sezione dedicata alle vaccinazioni è emerso chiaramente il clima che attraversa il nostro Paese con i cittadini che lamentano una forte incomprensione da parte delle autorità sanitarie e una scarsa comunicazione su questo tema. Come afferma anche Walter Ricciardi, Presidente ISS, «al giorno d’oggi c’è una forte diffidenza nella scienza e un forte scetticismo su quello che la scienza può fare per risolvere i problemi delle nostre comunità». Per questo motivo, prosegue Ricciardi, «il concetto di science in society non deve essere solo uno slogan perché in futuro ci troveremo ad affrontare sfide importanti, non solo in Italia, e crediamo fortemente che la strada da seguire sia la collaborazione tra scienziati e policy makers ».

Insomma, il lavoro da fare è tanto e per essere efficace deve essere portato avanti da tutti, ragionando “con la società” e non più “per la società”.

Appuntamento per tutti a Roma il 30 e 31 ottobre!