Maggio 2018

“Io ero, sono, sarò”, il tumore al seno raccontato nelle foto di Silvia Amodio
19 maggio – 19 giugno, Milano, Castello Sforzesco Sala Panoramica

Cinquanta bellissime foto per raccontare altrettante bellissime storie. Le storie di 49 donne e un uomo accomunati da una diagnosi di carcinoma mammario e da tutto il percorso di cure che ne è seguito, ma al tempo stesso anche da una gran voglia di farcela, magari tra alti e bassi, fino alla rinascita vera e propria. Questo ha raccontato, con la delicatezza della poesia e la nudità delle ferite – di quelle visibili e di quelle invisibili – Silvia Amodio, fotografa, giornalista e documentarista milanese, che, insieme a Luca Perreca, ha realizzato la mostra fotografica, promossa da Coop Lombardia, “Io ero, sono, sarò, allestita nel Castello Sforzesco di Milano dal 19 maggio al 19 giugno.
Il tumore al seno che prima spaventa e atterrisce (“una condanna a morte”, “il mondo che crolla addosso” diranno alcune delle donne ritratte) e poi segna un punto di svolta. In positivo. Una cesura tra la vita prima della diagnosi, quella durante e quella dopo la malattia. Tra la tranquillità, ma anche la routine frenetica accettata quasi con rassegnazione di prima e la grinta, la consapevolezza, il cambio rotta nelle priorità di poi.
“Chi ha deciso di partecipare lo ha fatto per celebrare la vita”, ha detto l’autrice del progetto, con cui si vuole promuovere la prevenzione di un tumore che ha colpito lo scorso anno 50 mila donne e 500 uomini, come attestano i dati AIRTUM, Associazione Italiana Registri Tumori.

“Tutte le storie sono legate dal medesimo filo conduttore: la volontà di ri-baricentrarsi, ripensare cioè le giornate, non rimandare le piccole cose a cui si tiene e, perché no, realizzare finalmente qualche sogno. Insomma, la malattia come occasione per mettere ordine dentro di sé e nei rapporti con gli altri. Un modello anche per chi non ci è passato”.
Tutte le donne fotografate sono avvolte da un velo bianco e trasparente, una sorta di ‘firma’ dell’autrice, ma anche “un vezzo tipicamente femminile che, da un punto di vista fotografico, mi ha permesso di svelare le cicatrici, senza farne un segno di identità, senza rendere protagonista il tumore. In primo piano ci sono loro, le donne, ciascuna con il proprio vissuto. Il male ha lasciato delle cicatrici ma non le ha schiacciate”.

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