Ottobre 2018

La violenza è la seconda causa di accesso al Pronto Soccorso per le donne

Comincia tutto con un litigio o con quello che ambiguamente viene spesso definito un “raptus”, scatenato da motivi passionali, dissapori per i soldi o altro. L’aggressore è quasi sempre il partner (che a volte è già un ex), che agisce a mani nude o, comunque, con atti di violenza fisica (spesso sessuale). Complice il silenzio, la paura e le minacce che regnano dentro le mura domestiche. E’ questo il contesto che fa da sfondo ai crescenti episodi di violenza sulle donne: straniere e non, nel Nord e nel Sud del mondo, senza troppa differenza tra culture, colore della pelle, credo politico o religioso. Un fenomeno globale che, potremo dire, non guarda in faccia nessuna delle sue vittime.

E quando non sfocia in un femminicidio (819 le donne uccise tra il 2010 e il 2014 in Italia – 116 nei primi dieci mesi del 2016 – vale a dire una media di 164 vittime l’anno, cioè una donna uccisa ogni due giorni, secondo i numeri del Rapporto Eures 2015), lascia, comunque, ferite permanenti, sia fisiche che psichiche. Incluso il Post Traumatic Stress Disorder (PTSD), riscontrato a tre mesi dalla violenza nel 67,5% delle donne (vale a dire in più dei due terzi di quelle gravemente abusate, una prevalenza superiore di oltre 5 volte a quella del corrispondente gruppo di controllo di donne non vittima di violenza). E poi l’interruzione di gravidanza, l’aumento del rischio di contrarre l’HIV e altre infezioni a trasmissione sessuale, di abusare di sostanze, di cadere in depressione, in comportamenti auto-lesivi o suicidari, in disturbi alimentari e sessuali. Per non parlare dei minori vittime di abusi e maltrattamenti, testimoni della violenza sulle proprie madri, o rimasti orfani di uno e/o entrambi i genitori.

I dati del progetto REVAMP (Repellere Vulnera Ad Mulierem et Puerum), coordinato dalla sorveglianza Siniaca dell’ISS e dall’Ospedale Galliera di Genova, attestano che la violenza è per le donne la seconda causa di accesso al Pronto Soccorso (PS) e che il fenomeno è in crescita anche tra le bambine (fino a 14 anni): il 17.9% di quelle che arrivano al PS è vittima di aggressione sessuale.

Di tutto questo si è parlato nel corso del Workshop, svoltosi di recente, “Comunicare per prevenire la violenza di genere”, organizzato dal Dipartimento di Neuroscienze e dal Servizio Conoscenza e Comunicazione Scientifica dell’ISS. Workshop a cui hanno partecipato relatori e relatrici (in maggioranza donne) con competenze multidisciplinari che spaziano da quella medico-infermieristica a quella psicologica, da quella giornalistica a quella della comunicazione in generale e altro, così come multidimensionale è la violenza di genere.

Per rimanere sui numeri, l’Istat rivela che in Italia le donne tra i 16 e i 70 anni vittime di una qualche forma di violenza sono 6 milioni 788 mila. Quasi mai le violenze sono state denunciate. Gli autori, nel 62,7% dei casi sono partner, ex partner, poi amici, parenti, colleghi o datori di lavoro, conoscenti e sconosciuti. Milano e Roma le città peggiori. Il 20,2% di queste donne ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri, il 16,1% stalking.

In Europa e nel mondo le cose non vanno meglio. Nella Regione Europea dell’OMS una donna su quattro ha subìto violenza fisica o sessuale da parte del proprio partner e una su dieci da parte di qualcun altro. Il Rapporto delle Nazioni Unite The world’s women 2015 attesta che una donna su tre ha subìto una violenza fisica o sessuale nella sua vita (con percentuali che vanno dal 7 al 32% in Nord America, tra il 14 e il 38% in America Latina e nei Paesi caraibici, tra il 6 e il 64% in Africa, tra il 13 e il 46% in Europa, tra il 6 e il 67% in Asia, tra il 17 e il 68% in Australia), due su tre sono vittime del coniuge o di un parente, meno del 40% ha ricevuto un qualche tipo di aiuto.

Gli insulti online

La violenza ha tante facce, non solo quelle degli uomini che aggrediscono, ma anche quella più subdola delle parole. Sia di quelle sussurrate insistentemente, sia di quelle pubblicate in Rete, applaudite dal vasto pubblico dei social. Uno studio commissionato dal Parlamento Europeo per la Commissione sui Diritti della donna e l’uguaglianza di genere ha evidenziato che una donna su 10 in Europa ha sperimentato una qualche forma di cyber violenza fin dall’età di 15 anni.

Le mappe dell’intolleranza disegnate dallo studio VOX Osservatorio Italiano dei diritti mostrano un’Italia con un alto tasso di odio e intolleranza contro le donne che naviga in Rete: il 63% dei tweet negativi è rivolto a loro, mentre l’International Association of Internet Hotlines rivela che il materiale pedopornografico diffuso online ritrae per il 90% femmine.

Tuttavia, non si può combattere ciò che non si riesce neanche a definire: le Nazioni Unite e le istituzioni europee riconoscono l’esistenza della cyber violenza (quella perpetrata cioè attraverso i social media e Internet) e dell’hate speech (il linguaggio di odio) contro le donne, ma ancora non esistono definizioni comunemente accettate.

Nel mondo della scienza

Donna Strickland e Frances Arnold hanno da poco ricevuto rispettivamente il Premio Nobel per la fisica e per la chimica. Un evento raro che le consegna all’Olimpo davvero ristretto delle 51 donne premiate finora da quando il Nobel esiste(appena il 4% del campione), numero che scende a 18 se consideriamo solo la categoria delle scienziate. Eppure qualcosa si sta muovendo se nel programma europeo quadro Horizon 2020 sono stati delineati tre obiettivi che mirano a favorire la parità di genere:

  1. promuovere l’equilibrio di genere nei gruppi di lavoro nella ricerca per ridurre le assenze delle donne;
  2. assicurare l’equilibrio di genere nel processo decisionale per raggiungere nei panel il 40% del genere meno rappresentato e il 50% negli advisory group;
  3. aiutare a migliorare la qualità scientifica e la rilevanza sociale della conoscenza prodotta, integrando la dimensione di genere nei contenuti di ricerca e innovazione.

Inoltre, tra i progetti finanziati da Horizon 2020 c’è Plotina, un progetto internazionale coordinato dall’Università di Bologna per elaborare, attuare e valutare piani per l’eguaglianza di genere costruiti su misura per ciascun ateneo, rendendo disponibili gli strumenti su una piattaforma web open source.
Anche la medicina fa la sua parte, valutando lo sviluppo di terapie e strategie sanitarie che tengano conto delle differenze tra uomo e donna non solo in termini biologici, ma anche culturali e socio-psicologici. Infine, il linguaggio della scienza può giocare, anch’esso, un ruolo. Nel 2016 sono state prodotte le Linee Guida SAGER (Sexand Gender Equity in Research), adottate anche dall’ISS: uno strumento editoriale per autori, editori e referee, che prevede raccomandazioni relative al corretto uso della terminologia e alle implicazioni negli studi di sesso e genere.

L’impegno dell’ISS

L’Istituto Superiore di Sanità da anni è impegnato in attività per la prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne con progetti di ricerca, formazione e sorveglianza ospedaliera, tra cui si segnalano:

  • Progetto CCM 2014 – REVAMP. Controllo e risposta alla violenza su persone vulnerabili: la donna e il bambino, modelli d’intervento nelle reti ospedaliere e nei servizi socio-sanitari in una prospettiva europea (7 Regioni coinvolte: Lombardia, Piemonte, Liguria, Lazio, Toscana, Basilicata, Sicilia; 15 Unità Operative; Ente partner: Regione Liguria- E.O. Ospedali Galliera Referente ISS: E. Longo);
  • Progetto di ricerca – Epi-REVAMP. Epigenetica della violenza;
  • CCM 2014. Programma di formazione blended per operatori sanitari e non, mirato al rafforzamento delle reti territoriali per la prevenzione e il contrasto alla violenza di genere prevenzione e il contrasto alla violenza di genere (5 Regioni coinvolte: Lombardia, Lazio, Toscana, Campania, Sicilia (28 pronto soccorsi);
  • Progetto di formazione. Io non sarò così (CCM- MIUR); Cambiamenti (ISS-ASP di Trapani).
  • Giornate di sensibilizzazione. Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne 25 novembre; 8 Marzo Giornata Internazionale della Donna; Festival della Scienza di Genova, Notte Europea dei ricercatori.

Il Manuale per Operatori e le Linee Guida per il riconoscimento delle vittime di MGF

E’ in questo scenario di forte impatto sociale, che la risposta assistenziale e la prevenzione sono diventati un importante obiettivo di politica sanitaria. Si intuisce perciò come il ruolo del personale sanitario sia di fondamentale importanza ai fini del riconoscimento, accoglienza, presa in carico e accompagnamento delle vittime di violenza. I servizi di Pronto Soccorso degli Ospedali sono nell’ambito dei servizi di assistenza sanitaria i luoghi cui le donne, i bambini e le vittime di violenza relazionale giungono alla fine di un percorso segnato da abusi, violenze e maltrattamenti.

Non a caso uno dei frutti del progetto REVAMP è il Manuale per Operatori di Pronto Soccorso : 228 pagine divise in 18 sezioni per “riconoscere, accogliere e accompagnare le persone vittime di violenza relazionale, donne e minori in particolare”. Il Manuale si propone quale strumento operativo per fornire un modello standard d’intervento per gli operatori di PS. Tale modello nasce dall’esperienza operativa di realtà ospedaliere dove nel corso degli anni si è strutturata l’attività di un team multidisciplinare antiviolenza. Le strutture ospedaliere partecipanti al progetto sono distribuite lungo l’arco del territorio italiano da nord a sud e rappresentano la maggior parte delle aree metropolitane: Roma, Milano, Torino, Genova e Palermo.

Il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri Italiano ha invece redatto le Linee Guida per il riconoscimento precoce delle vittime di Mutilazioni genitali Femminili o di altre pratiche dannose per gli operatori dei CPSA (Centri di primo soccorso e accoglienza), dei CDA (Centri di accoglienza) e dei CARA (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) impegnati nell’accoglienza dei e delle richiedenti asilo, al fine di assicurare loro l’accesso alla protezione internazionale per ragioni legate alla violenza subìta.
Infatti, le donne in fuga da zone di guerra e/o per motivi economici, non solo provengono spesso da zone ad alto rischio di Mutilazioni Genitali Femminili (MGF), ma oltretutto hanno subito violenza fisica, psicologica, matrimoni precoci, pratiche discriminatorie che possono costituire atti di persecuzione ai sensi della Convenzione di Ginevra delle Nazioni Unite sullo statuto dei rifugiati del 1951, nonché forme di grave pregiudizio che diano luogo a una protezione sussidiaria.