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Numero 07 – ottobre 2017

Rosolia pericolosa in gravidanza, ma  poche straniere si vaccinano

I programmi vaccinali rappresentano uno strumento di prevenzione pro-attiva essendo, più di altri, in grado di contrastare le disuguaglianze sociali di accesso ai servizi. Tuttavia, per quanto riguarda la vaccinazione antirubeolica nelle donne in età fertile si osserva tra le immigrate un tasso di immunizzazione molto più basso rispetto a quello delle italiane. In questo caso, però, il problema non sembra legato alle disuguaglianze sociali ma a barriere culturali e di accesso alle informazioni. Sono queste le conclusioni dell’articolo “Comparison of rubella immunization rates in immigrant and Italian women of childbearing age: results from the Italian behavioral risk factors surveillance system PASSI (2011-2015)” scritto da alcuni ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) a partire dai dati della sorveglianza PASSI e pubblicato sulla rivista PlosOne a ottobre 2017.

I dati Passi 2011-2015 su un campione di donne in età fertile comprensivo di 41.094 italiane e 3140 straniere residenti in Italia, mostrano differenze significative nei tassi di immunizzazione contro la rosolia fra i due gruppi: dal 60% fra le italiane, la percentuale quasi si dimezza (36%) tra le immigrate. Inoltre, tra queste ultime risultano particolarmente bassi i tassi di immunizzazione fra le donne di recente immigrazione (meno di 5 anni, 30%) e nelle donne provenienti dai Paesi ad alta pressione migratoria dell’Africa Sub Sahariana e dell’Asia (27%).

Queste differenze rimangono evidenti anche quando si confrontano i due gruppi (immigrate e italiane) a parità di altre condizioni: demografiche (sesso, età e area di residenza), socio-economiche (istruzione, occupazione, composizione del nucleo familiare e stato economico) e comportamentali (inattività fisica nel tempo libero, abitudine al fumo di sigaretta, consumo eccessivo di alcol ed eccesso ponderale).

«Il lavoro» racconta Gianluigi Ferrante (ISS, uno degli autori dello studio) «stima la percentuale di donne in età fertile immunizzate contro la rosolia, confronta il tasso di immunizzazione tra le immigrate e le italiane, e studia i determinanti alla base delle eventuali differenze tra questi valori. Fino ad oggi, in Europa, non erano ancora stati pubblicati studi di popolazione in grado di fornire questo tipo di informazioni».

La rosolia è una malattia infettiva comune nell’infanzia. Nonostante sia generalmente benigna per i bambini, quando viene contratta in età adulta da una donna incinta soprattutto nel primo trimestre di gravidanza, può essere trasmessa verticalmente dalla madre al figlio (rosolia congenita), provocando gravi conseguenze per il feto, come: aborto spontaneo, morte intra-uterina, gravi malformazioni fetali o altre manifestazioni (difetti della vista, sordità, malformazioni cardiache e ritardo mentale nel neonato). La vaccinazione antirubeolica rappresenta uno degli strumenti più efficaci per la prevenzione della rosolia congenita.

«Dal momento che in Italia il test per controllare lo stato di immunizzazione per la rosolia e il vaccino antirubeolico sono offerti universalmente e gratuitamente, a prescindere dalla cittadinanza e dallo stato migratorio» continua Ferrante «i risultati di questo studio lasciano pensare che il più basso tasso di immunizzazione registrato tra le donne straniere possa dipendere da barriere informali, quali quelle culturali e di accesso alle informazioni».

Queste evidenze dovrebbero orientare la progettazione di ulteriori studi, qualitativi e quantitativi, al fine di individuare gli ostacoli e promuovere adeguatamente le strategie di accesso all’immunizzazione contro la rosolia tra le donne immigrate.